L’acqua è finita, ora l’Arabia Saudita si “beve” il petrolio

Mentre si scopre che Roma avrebbe potuto essere oggetto di razionamento dell’acqua causa siccità, fa specie apprendere che i più grandi consumatori al mondo del prezioso liquido siano i cittadini dell’Arabia Saudita.

Nonostante la maggior parte del loro territorio sia costituito da un deserto arido, non solo consumano pro capite molta più acqua di ogni altro abitante della Terra ma, negli anni ’70 è 80 divennero il sesto maggior esportatore di grano. Anche frutti, vegetali, carni e latticini la cui produzione notoriamente necessita di molta irrigazione sono coltivati abbondantemente nel Regno dei Saud.

È stato calcolato che la disponibilità di acqua dolce superficiale nell’intera penisola medio orientale sia in grado di offrire soltanto 76 metri cubi per persona all’anno mentre il minimo per la sopravvivenza non dovrebbe essere inferiore ai 500 metri cubici.
In realtà, i sauditi possono contare, oltre a laghi e poveri fiumi, su due altre fonti per il rifornimento acquifero: l’acqua desalinizzata e l’acqua fossile.
Quest’ultima è quel tipo di acqua utilizzabile per il consumo umano che giace indisturbata da millenni nel sottosuolo e che viene estratta in modo simile a quello con cui si estrae il disponibilissimo (in quei luoghi) petrolio. Per quanto riguarda de-salinizzazione dell’acqua marina, va ricordato che l’Arabia Saudita ne ha la più grande capacità produttiva al mondo.

Fino a qualche anno fa l’insieme di queste tre “sorgenti” sembrava sufficiente a soddisfare i fabbisogni degli abitanti della penisola. Tuttavia, la crescita della popolazione avvenuta nell’ultimo decennio, l’aumento della produzione industriale con la relativa domanda e la grande quantità di acqua richiesta per il mantenimento della produzione agricola e dell’allevamento hanno mostrato quanto la situazione stia diventando critica.

La domanda annuale di acqua per uso domestico era nel 2010 circa 2000 milioni di metri cubi. Nel 2016 è arrivata a sfiorare i 3000 milioni.

Quella per usi industriali partiva nel 2010 da 800 milioni ed è già arrivata ai 1300.  Il consumo maggiore si verifica però a causa dell’uso in agricoltura: anche se dal 2000 ad oggi si è notato un leggero calo, la domanda è tuttora superiore ai 14.500 milioni di metri cubi.

Va considerato che in venti anni, i terreni irrigati sono aumentati del 400 per cento.

Per motivi politici e di consenso popolare il consumo privato dell’acqua gode di un prezzo politico e il tentativo di eliminare i sussidi in essere ha suscitato tali proteste da portare, nell’aprile 2016, alla defenestrazione del ministro dell’Acqua e dell’Elettricità. Si è voluto allora rimediare attraverso una campagna di sensibilizzazione della popolazione per un uso più contenuto del prezioso liquido ma senza alcun risultato. Anche in agricoltura si è deciso di intervenire eliminando gli incentivi governativi che erano stati stanziati per favorire la produzione di grano ma, pur ottenendo una diminuzione delle superfici dedicate a quella coltura, si sono visti aumentare quelle destinate alla produzione di prodotti di maggiore valor aggiunto quali frutti e vegetali. D’altronde è impensabile, se non altro per motivi strategici, che il governo saudita riduca la coltivazione di alimentari freschi di quotidiano consumo che, altrimenti, dovrebbero essere importati dall’estero.

Per i noti motivi geografici e atmosferici, l’acqua dolce disponibile in superficie è quella che è ed è impossibile immaginare che il suo volume possa aumentare.

L’acqua fossile si è accumulata lentamente nel corso dei millenni e la sua attuale estrazione è superiore ai tempi necessari per il rinnovamento delle scorte.

Non resta che puntare ad un incremento del numero e delle capacità degli impianti di de-salinizzazione e questo è esattamente uno dei punti contenuti nel progetto “Vision 2030” lanciato dall’attuale Principe Ereditario. Purtroppo ogni medaglia ha il suo rovescio e l’aumento delle strutture industriali, pure previsti nel progetto, implicherà un necessario aumento delle risorse d’acqua disponibili.

Inoltre, gli impianti di desalinizzazione consumano una grande quantità di energia elettrica. Seppur qualcuno di quelli già esistenti riceve la sua energia da pannelli solari, la maggior parte funziona con l’uso del petrolio nazionale. L’investimento stimato per nuovi impianti corrisponderebbe nei prossimi 15 anni a circa 30 miliardi di dollari e il piano prevede che la maggior parte delle nuove infrastrutture siano private o con partecipazione di capitali privati. I potenziali interessati non mancano ma, poiché l’elettricità ricavata dal petrolio costa molto meno da quella derivante dall’energia solare, è ipotizzabile che all’entrata in funzione dei nuovi de-salinizzatori la domanda di petrolio per usi nazionali aumenti in maniera significativa, potenzialmente penalizzandone l’esportazione e quindi le entrate per lo Stato.

Il Governo di Riad prenderà, comunque, tutte le decisioni opportune che si renderanno necessarie e non saranno le difficoltà di approvvigionamento di acqua dolce a mettere in crisi il Regno. Una volta di più, però, si conferma la vecchia saggezza che recita che essere poveri è una disgrazia, ma essere ricchi, come lo sono i Sauditi, non vuol dire aver risolto tutti i problemi.

Fonte: qui

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