L’Italia, moribondo Paese che di spocchia si nutre

Che cos’è, al di là delle clamorose lacune artistiche, ad aver contraddistinto, inesorabilmente, anche questa edizione del concertone sindacale?

La spocchia, una supponenza tanto più patetica perché clamorosamente orfana di presupposti, se si vuole in attesa di conferme. Il cantantucolo militante che non spreme una nota, ma ottimorsa a scialare in slogan da liceale. Il gruppuscolo in mutande che tira pallonate alla folla. La cantantina senza voce ma di coscia lunga (messa opportunamente in copertina) che starebbe bene come cocomeraia sexy in un episodio di Montalbano e invece si ostina con la chitarra. Il multikulti compulsivo che, a nome dei “popoli del mondo”, rompe i coglioni con la musica araba; quell’altro che si scaglia, manco a dirlo, contro i poteri forti e le multinazionali, tranne s’intende quelle che finanziano la faccenda.

QUANTE ESPRESSIONI FINTE VACUE. Pose, manfrine, divise fin troppo riconoscibili, praticamente delle griffe dell’antagonismo affettato, che non mancano di suscitare ironie “rosicone” sui social, ma che d’altra parte funzionano, visto che li chiamano e, come si dice, fanno tendenza: l’espressione finta vacua della mancata commessa che si crede cantante viene maniacalmente studiata allo specchio da una generazione di aspiranti reporter che sui social si atteggiano allo stesso modo.

FINIRANNO ALLO STESSO MODO. Non diversi, non peggiori degli zietti “indie” della scorsa ondata, e che finiranno allo stesso modo, normalizzati ai talent oppure sconfitti, come quell’eterna promessa ormai corrosa, un ragno vaneggiante al punto che tutti si chiedono se ci sta ancora con la testa. Straziante, con le sue cannette fuori tempo, ma neppure lui rinuncia all’antica spocchia, all’antica arte di complicare le cose come qualcosa a cui disperatamente aggrapparsi, forse l’unica rimasta.

Nessuno è più se stesso e la semplicità, l’umiltà sono gli unici peccati imperdonabili, le uniche vergogne di cui vergognarsi. A meno di non recitarle

Questo è un piccolo, moribondo Paese che di spocchia si nutre, dove nessuno è più se stesso e la semplicità, l’umiltà sono gli unici peccati imperdonabili, le uniche vergogne di cui vergognarsi. A meno di non recitarle.

FUSTIGATORE CON GAMBE ACCAVALLATE. Spocchia, spocchia per tutti i gusti. C’è quella musicale e quella parallela dei critici che dovrebbero stroncarla e invece si sintonizzano in una perenne aspirazione di condivisione, sì, è un circo bugiardo ma noi come voi ne facciamo parte, noi come voi siamo altro dalla massa che pure blandiamo. C’è quella giornalistica d’alto bordo dell’ex Lotta continua che, tra un elicottero e una barca di potere, sale sul palco per parlarti del suo prossimo programma sugli operai. Quella del fustigatore da gambetta accavallata, che anche seduto sul cesso ostenta conndiscendenza (ma sbrocca a bestia se lo pungi sul vivo).

CONDUTTRICE DA SEMPRE FAZIOSA. Quella del castigamatti da tastiera, che cambia uno schieramento a stagione ma non accetta appunti sulla propria indipendenza. Quella della conduttrice faziosa, che sulla faziosità ha costruito il suo marchio di fabbrica e invece di nasconderlo lo carica, tutta una raffica di birignao, di faccette siliconate di compatimento, di cenni d’intesa coi pard a dispetto del reprobo da massacrare in studio. Oppure l’altra, dell’inviata dal perenne sorriso tracotante, anche lei orgogliosamente di parte, spocchiosa fin dalla cadenza artefatta, vocali larghe come padelle quando andrebbero strette e viceversa.

Giornalisti-saltimbanchi o ballerine che si contraddistingono per il gossip, le foto al guinzaglio, quello che “si lava poco”…

E poi l’altra, delle serie minori, giornalisti-saltimbanchi o ballerine che si contraddistingono per il gossip, le foto al guinzaglio, quello che “si lava poco”, l’altro, che gli sta a ruota e non ne digerisce l’ego perché “il mio fa provincia”, l’altra ancora che se non ingaggia una rissa mediatica a colazione non esiste, tutto un prendersi e lasciarsi da ballatoio social, tutto un parlarsi addosso che è parlare di niente.

PARASSITI E PICCOLI FACCENDIERI. C’è la spocchia governativa della Rai, tronfia, pesante, che si muove in falange, una falange tremolante perché esposta alle brezze della politica ma lo stesso genetica, colonizzatrice, ti fa sentire al servizio di questi gitanti anziché il contrario, loro a dipendere dal canone, dalla tua bolletta della luce. Ma che fa? La spocchia radiotelevisiva è contagiosa, si estende alla corte di miracoli di parassiti e piccoli faccendieri che millantano contatti, tutti si chiedono chi sono, che ci stanno a fare e intanto quelli si rimpinzano e poi caracollano via, sulle loro scarpette sfondate, verso un altro evento, non prima di averti spiegato: eh, se non c’ero io, qui…

BACHECHE COME QUELLE DEGLI ULTRÀ. Non manca la spocchiona trucida del medio inquadrato, ovviamente per parentele partitiche, la cui bacheca pare quella di un ultrà (ma la cara azienda, con tutti i suoi quintali di carte, di regolamenti interni, di “policy”, non ha proprio niente da dire?).

Da queste parti è spocchiosa anche la Chiesa, abbiamo il clero più prepotente del mondo, seicentesco, detta l’agenda su qualsiasi cosa ma non tollera critiche di sorta

E di qui s’arriva alla spocchia uguale e contraria di stampo ideologico, quella di sinistra che dall’alto dei suoi attici vista Cupolone o Colosseo, dei suoi gusti raffinati, dei suoi palati delicati ti ammaestra sui poveri e sui migranti, e l’altra, della destra carogna che contrabbanda una truculenza istintiva per genuinità e schiettezza e invece è solo sprangatora, cerca la rissa, il tanfo antico di manganello che non va via. Al cortocircuito la spocchia parvenu dei grillini, gretta, rognosa, veicolata da un ex cabarettista che in vita sua ha sostenuto tutto e il suo contrario e oggi si permette di dire ai pretoriani: prendete nota di questi giornalisti e non dimenticateli. Da queste parti è spocchiosa anche la Chiesa, abbiamo il clero più prepotente del mondo, seicentesco, detta l’agenda su qualsiasi cosa ma non tollera critiche di sorta, appena lo discuti reagisce in modo piccato, isterico.

MUTAZIONE GENETICA SCHIZOIDE. La spocchia politica è quella più patologica, una mutazione genetica sviluppatasi sulla coda lunga della Prima Repubblica e oggi un po’ schizoide perché chi lucida i bottoni li lucida per conto terzi e lo sa, il Trump di turno come l’Unione europea, anche se gli restano le rendite di posizione del clientelismo e del potere locale lungo la strada che porta alla superpensione.

BERLUSCONI AVEVA CAPITO TUTTO. Ancora potenti, ma dimezzati come il visconte di Calvino, anche se la spocchia invece è esponenziale: lo aveva capito prima e meglio di tutti il meno alla mano di tutti, il Berlusconi con sette o otto miliardi di euro nel portafoglio che però se uno allo stadio gli gridava «Silvio, sei una bella figa!», invece di inorridire come un D’Alema qualunque se l’appuntava al petto come una medaglia.

E non dimentichiamo, potrebbero offendersi, la spocchia dei manager che saprebbero loro come far funzionare questo porco Paese, al netto, si capisce, delle bancarotte

La spocchia che dalle Alpi al Lilibeo infetta il Paese dove “anche noi siamo stati emigranti”, ma a confortevole distanza di sicurezza, vegeta diversamente a seconda della latitudine, diventa spocchia localistica, regionale: quella dei romani, che de core e de anima grande ce so’ rimasti solo loro; quella dei napoletani che sono i più furbi di tutti ma si complicano la vita in modo impossibile; i siciliani col loro misto di vittimismo e presunzione; quella emergente dei toscani, quella eterna dei bolognesi che, come diceva Giorgio Bocca, «sono degli amabili figli di puttana», su su fino alla spocchia razzista, di confine montanaro, che ti parla solo in ladino o in austriaco, e ancora un po’ più giù fino alla spocchia meneghina di quelli che passano la vita a dirti che lavorano, anzi sono gli unici a tirare la carretta, e finché lo dicono male non gli fa.

BUONI MA ANCHE INTOLLERANTI. Trasversale invece la spocchia burocratica, statale di chi è sempre in ferie, in aspettativa, in malattia e quando è c’è la fa pagare ai sudditi allo sportello, ma poi si fionda in piazza coi tegami rivendicativi. La spocchia sindacale dei boss che finiscono uno dopo l’altro nel Palazzo, perché la strada del parlamento è lastricata di buone intenzioni. La spocchia dei buoni, gli umanitari, i salvatori, i preti sociali e tutto l’esercito di eroi che non tollerano sospetti sulle loro missioni. E non dimentichiamo, potrebbero offendersi, la spocchia dei manager che saprebbero loro come far funzionare questo porco Paese, al netto, si capisce, delle bancarotte, gli svarioni gestionali (sempre colpa di qualcun altro) e le maxi evasioni.

E IL WEB UN PO’ ODIA UN PO’ IMITA. Ma la spocchia più ineffabile, in un certo senso deliziosa, perché quasi ingenua, è quella del famoso attor comico, ormai ripetitivo, che si “selfa” al supermercato con la coetanea popstar altrettanto in calo, anche se ultimamente se la tira da ibrido fra Dostoevskij e Tchaikovsky, e ti spiega il sollievo di poter respirare, almeno un’ora al giorno, come persone qualsiasi (sottinteso: non i divi che il popolino riconosce). E il popolaccio social un po’ odia e un po’ imita, secondo la legge immutabile dei primati.

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