Privacy Policy 5G o Agricoltura? Quali Sono le Nostre Priorità? | 9 Dicembre Forconi
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5G o Agricoltura? Quali Sono le Nostre Priorità?

“L’agricoltura dovrebbe essere il primo problema dell’industria stessa” (Henri Bergson)

Da sempre l’agricoltura è bistrattata dagli uomini. Da un lato la “rivoluzione neolitica” viene ricordata come ciò che ha permesso l’inizio della civiltà; dall’altro i contadini sono sempre stati gli ultimi della scala sociale. Forse perchè ricordava agli altri quella dipendenza dalla terra che non volevano vedere?

La nascita dell’agricoltura è all’origine di ogni innovazione successiva, dalla ruota fino allo smartphone – oggetto che a fatica si può definire innovativo dato che è quasi disfunzionale in ordine alla evoluzione e sopravvivenza della nostra specie (guardate questo documentario andato in onda su Presa Diretta).  Ma perchè l’agricoltura è così importante?

L’agricoltura ha determinato quel primo “movimento” che è all’origine di tutti gli altri: l’aumento della popolazione. Senza questo primo innesco, saremmo ancora fermi a raccogliere bacche dagli alberi. Tuttavia l’idea che l’agricoltura sia nata dal puro ingegno umano è molto ingenua. La psiche è sempre mossa dagli ostacoli e ogni nuova techne è consistita nel trovare soluzione a tale ostacolo o problema. Così anche l’agricoltura – che insieme al fuoco è stata la prima vera tecnica, poichè la proto-agricoltura è stata la debbiatura (foto sopra): dar fuoco a foreste e seminare sul nuovo terreno fino a che questo non esauriva la fertilità e così via – è nata da un problema: bisogna cercare una soluzione al fabbisogno di cibo di una popolazione in crescita (1).

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Gli esseri umani sono prolifici, credo, come tutte le altre specie, nel senso che la dove trovano strada libera (nicchia ecologica?) non esitano ad inserirvisi e sono spinti a riprodursi indefinitamente.

Se potessero, le volpi non mangerebbero tutti i conigli della terra? Si fermano solo perchè non sono così buongustaie come noi: l’istinto risponde rigidamente solo di fronte a certi stimoli e non ad altri.

Noi, che siamo istituiti in base ad una “carenza biologica” (2) – cioè siamo privi di istinti ma provvisti di plasticità pulsionale – possiamo adattarci in maniere diverse all’ambiente. Data la plasticità del nostro apparato cerebrale e degli illimitati meccanismi motori che vi sono montati, siamo in grado di modificare l’ambiente in misura molto maggiore che le altre, man mano che la psiche si estende in tecnologie e azione.

Siamo andati così in là in questo processo da creare un vero monopolio su tutte le altre specie. Da sempre siamo sterminatori (3); oggi a causa nostra si sta materializzando la sesta estinzione di massa. E’ appropriato dunque utilizzare il nome di Antropocene per designare questa fase della storia della terra, dato che le precedenti estinzioni furono causate da eventi geologici eccezionali (grandi province ignee – U. Bardi): oggi è l’uomo la causa di un’altro grande mutamento geologico.

Le menti di molti di noi sono sempre più tinteggiate di scuro, ma la innata fiducia nel futuro dell’uomo impedisce che il vivere quotidiano possa venire significativamente trasformato dalla presa di coscienza della catastrofica situazione ambientale (4). In un modo o nell’altro pensiamo che ce la caveremo. Questo può anche essere vero, ma è un modo di pensare incosciente se si tratta di sopravvivenza.

Ad ogni modo, dobbiamo fare il possibile per garantirci un futuro e questo implica occuparsi seriamente della questione del cibo. Ci stiamo cullando da mezzo secolo nella bambagia di una catena agroalimentare che ci serve di tutto. Oggi sappiamo meglio quanta energia sia necessaria per mantenerla in vita e molti hanno capito che questa energia non sarà disponibile per molto ancora.

Al di là del fatto che è assai dubbio se mantenere in piedi questo sistema così com’è abbia dei fondamenti etici, è necessario a mio parere fare un salto cognitivo. La domanda è: che cosa succederà alla produzione del cibo se avverrà l’effetto Seneca?

Dobbiamo situarci nell’ipotesi peggiore se vogliamo parlare davvero di resilienza e renderci conto che se non creiamo resilienza in questa fase, ci aspetta un passaggio di stato catastrofico (tipping point) (5), cioè una semplificazione radicale della complessità sociale ed economica. Detto in altri termini, l’ipotesi peggiore è che non resti in piedi niente di ciò che costituisce l’attuale società. L’età della pietra.

Per capire che questa ipotesi è verosimile bisogna afferrare lo stretto legame che sussite fra tecnologia ed economia. Non ci rendiamo ancora bene conto dell’interconnessione sistemica fra globalizzazione economica e sviluppo della tecnologia (6).

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Se l’economia globale dovesse crollare – per esempio in base a come la vede Gail Tverberg – non avremo più alcuna “infrastruttura” funzionante a proteggerci, perchè tutti i “pilastri” che tengono in piedi questo macro-sistema economico richiedono immensi input di energia e materie prime. Se il flusso si dovesse interrompere in un qualche punto del sistema la conseguenza non sarebbe un “lieve sobbalzo” come è stato la Grande Recessione – ma il Grande Collasso, meglio noto come Effetto Seneca.

Ci sono vie di mezzo nel collasso di un’economia globale? Ciò che da un lato è la sua forza – assorbire le crisi locali – diventa la sua debolezza nel lungo termine.

Se vogliamo avere un futuro dobbiamo dunque preoccuparci di prevenire le ipotesi peggiori, quelle che ci possono lasciare in braghe di tela. Questo è il significato di Resilienza espresso anche da Ugo Bardi:

“Quello che si deve fare è rendere più leggero il collasso, seguirlo, non cercare di fermarlo. Altrimenti sarà peggio.”

E’ per questo che Dennis Meadows diceva che non c’è più tempo per lo sviluppo sostenibile e che dobbiamo porre più enfasi sulla resilienza. Non nutriva più speranza di tenere in piedi questa società.
Ora, che ne sarebbe della produzione di cibo se l’Effetto Seneca cominciasse ad esprimersi adesso? Ci siamo assicurati almeno per questo, che è la base della nostra vita? Il che equivale a chiedere: le nostre tecniche sono lungimiranti?

Come continueremo ad arare i campi con i trattori fermi (7)? Potremo tornare agli animali da tiro? E come se gli unici animali che ci rimangono sono vacche da latte rinchiuse in stalle di cemento?

Altro che “internet delle cose”, smartphone e 5G: dobbiamo tornare a occuparci del settore primario della nostra vita e ridare un pò di spinta all’evoluzione della biosfera…

Fonte: qui
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NOTE

(1) Jared Daimond – Armi, acciaio e malattie. Nei primi capitoli di questo importantissimo libro questo autore illumina le dinamiche che hanno portato la nostra specie a diventare stanziale. Non è certo stata  dovuta al colpo di genio di un uomo seduto a progettare la nascita dell’agricoltura a tavolino, ma del tentativo per prova ed errore di gruppi di primitivi che provarono a seminare dei terreni resi fertili tramite il debbio, in quei lassi di tempo che gli rimanevano dopo essere andati a caccia.
(2) Umberto Galimberti nella sua lunga e bella opera Psiche e Techne, parla di Gunther Anders (in particolare dell’opera L’uomo) come di colui che meglio ha spiegato che cosa ci differenzia dall’animale, designandolo come “carenza biologica”, dunque come un problema e un’anomalia nel mondo della vita.
(3) Ancora J. Daimond nel libro citato, fa degli esempi della capacità che l’uomo ha mostrato di sterminare le altre specie già nell’antichità. Egli mostra che dopo il primo passaggio dell’uomo in Australia non rimane niente di tutta la cosiddetta “megafauna australiana”. Ma siamo sterminatori sia in senso infraspecifico che inTraspecifico perchè non riconsciamo gli altri umani quando sono diversi da noi come appartenenti tutti alla stessa specie.
(4) A differenza di quello che accade DOPO le grandi catastrofi, in cui l’umanità ritrova quel senso di solidarietà e calore che aveva perduto nel periodo di relativa pace che aveva preceduto la crisi. Renè Girard ci avvertirebbe però che questo è il comportamento abituale per l’uomo, che in verità utilizza le crisi e le cerca appositamente allo scopo di godere di quel senso di ritrovata armonia, sempre a scapito di qualcun’altro (uomini, ambiente, …).
(5) David Korowicz – nei suoi libri scaricabili on-line: Tipping Point.
(6) Sempre Korowicz ci ricorda che per i pezzi di un Boing 747 sono neccessarie centinaia di transazioni commerciali da diverse nazioni e che l’economia, oggi virtuale al 97%, è possibile solo tramite miliardi di transazioni virtuali ogni anno. Nel 2015 426 miliardi.
(7) Si potrebbero proporre interessanti argomentazioni a proposito di quella tecnica agricola fondamentale che è “l’aratura”. Considerata come una tecnica evidentemente necessaria, essa nasconde invece delle grosse problematiche. In primo luogo, l’invenzione dell’aratro a versoio è stata decisiva nello “sviluppo” della civiltà perchè ha aumentato grandemente il potere dell’uomo nella competizione con la natura (il controllo delle erbe infestanti). Tuttavia il versoio, rovesciando la zolla di terra, genera una situazione che non esiste in natura, il capovolgimento degli strati, e questo ha conseguenze sulla fertilità. In secondo luogo, come ha scritto Daimond, l’agricoltura è di per sè un’arma a doppio taglio (come tutte le tecnologie?) perchè ha sì generato migliori rese per ettaro, ma ha ampliato e complessificato il problema che intendeva risolvere, poichè ha a sua volta aumentato la popolazione.