Privacy Policy Tre nuovi "indizi" sulla follia dei mercati | 9 Dicembre Forconi
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Tre nuovi “indizi” sulla follia dei mercati

Viviamo nel mondo delle bugie che diventano realtà. Anzi, peggio ancora: viviamo in un mondo in cui, se la realtà non ci piace, la cambiamo a tavolino, truccando i numeri. Non ci credete, oggi sarò più breve del solito e andrò subito al punto, offrendovi tre esempi lampanti di quanto sta succedendo al mondo nel silenzio più assoluto della stampa di settore.

Primo, come ci mostrano i primi due grafici sottostanti, nonostante i triliardi stampati di fresco dal duo Abe-Kuroda, non solo il Giappone non ha visto affatto aumentare l’inflazione, ma, anzi, è entrato bellamente nella sua quinta recessione in cinque anni. Accidenti, che figura da cioccolatai, soprattutto per l’adviser dell’Abenomics, quel Paul Krugman vincitore del premio Nobel che ultimamente non ne azzecca una nemmeno a piangere. 

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Ma non c’è problema, basta seguire l’esempio prima cinese e poi statunitense: i dati macro vanno male? Cambiamo il modo in cui li si calcola!

Così come la Fed si è inventata la “stagionalità residuale” per cercare di imbellettare i dati del Pil, ora la Bank of Japan ha reso noto un nuovo set di indicatori dei prezzi per riconfigurare il modo in cui è misurato il trend degli stessi, il tutto per dimostrare ai giapponesi e al mondo che la bassa inflazione è dovuta soltanto a componenti volatili come l’energia. Et voilà, nel computo del nuovo indice dei prezzi al consumo (Cpi) ecco che verranno esclusi i costi energetici, in calo e verranno invece inclusi quelli di cibo processato e importato, che guarda caso stanno salendo! Ma sì, cosa c’è di meglio per dimostrare che le ricette keynesiane sono un successo che escludere il costo della benzina ma includere quello dello speck (con buona pace dell’Oms)?

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Non lo avevate letto da nessuno parte, immagino. Non mi stupisce, in compenso con l’arrivo dei dati del primo trimestre del 2016 preparatevi a titoli a nove colonne su Repubblica e Il Sole 24 Ore per incensare il dato taroccato dell’inflazione giapponese, con tanto di canonizzazione laica di Krugman come unico economista al mondo.

E veniamo alla seconda bufala. Esattamente come l’Abenomics nipponico doveva rappresentare il vanto della scuola keynesiana nel mondo, così la Spagna doveva essere il “poster boy” dell’Europa che se vuole e se fa le riforme, può ripartire alla grande. L’economia iberica vola, rispetto ai sodali del Club Med e le ricette della troika, con in più un po’ di denaro stampato in cantina da Mario Draghi, hanno permesso questo miracolo economico. Ma sapete, uno può creare ad arte le valutazioni di bond e titoli azionari (per i primi ci pensa la Bce, per i secondi i buybacks e l’abuso di multipli di utile per azione, tutta roba fabbricabile in casa come le bombe sporche con il fertilizzante), ma non può mascherare la realtà, quando i dati vengono messi in fila. 

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Guardate il grafico(di sopra): ci mostra come lo stipendio medio in Spagna sia sceso al livello più basso dal 2007, stando a dati rilasciati dallo stesso ministero delle Finanze spagnolo! Di più, dopo aver toccato il picco di 19,3 milioni nel 2009, anche il numero di lavoratori sta collassando! Stando a rilevazioni basate sul carico fiscale di circa 16.900.000 milioni di lavoratori iberici nel 2014, il reddito medio annuo era di 18.420 euro. I salari più alti sono a Madrid, con il lavoratore medio che può contare su un salario annuo di 24.576 euro, mentre i più bassi sono nella regione rurale dell’Estremadura, dove il reddito annuale si ferma a soli 13.559 euro.

Ma la cosa più interessante dello studio è che le dinamiche salariali hanno mostrato pochissime fluttuazioni tra il 2008 e il 2011, mentre sono cominciate a scendere – guarda caso – con l’implementazione della riforma del mondo del lavoro del 2012: ora sapete cosa vi aspetta, in prospettiva, con il Jobs Act. E al ministero delle Finanze, per una volta, hanno avuto il coraggio di dire la verità: ovvero, che il trend non è dovuto all’abbassamento dei salari per chi stava già lavorando, ma per quello relativo ai nuovi contratti di lavoro creati dopo la riforma, i quali offrono stipendi molto più bassi del periodo pre-crisi. Ma con la disoccupazione alle stelle, il ricatto salariale è un’arma fantastica: o mangia questa minestra, tiepidina e senza sale, o salti dalla finestra.

In compenso, nella Spagna del miracolo economico c’è qualcuno che la crisi se l’è messa in saccoccia: ovvero, il ceto alto della società, visto che continua a guadagnare mediamente 10 volte il salario minimo e ha visto i propri emolumenti continuare a crescere negli anni, stesso identico trend degli Stati Uniti. Le 127.706 fortunate persone che rientrano in questa categoria, infatti, nel 2014 hanno guadagnato mediamente 148.824 euro all’anno: ma attenzione, la Spagna non è un Paese per donne, visto che il sesso femminile conta solo per il 18% di questo club dei Paperoni. Insomma, la ricetta della troika – abbassamento della qualità occupazionale e collasso del tasso di partecipazione alla forza lavoro – ha davvero compiuto il miracolo: poi si stupiscono se i catalani vogliono l’indipendenza… Anche questa notizia non l’avevate letta da nessuna parte, immagino.

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Terza e ultima dimostrazione che il mondo è impazzito. Barclays, nella sua ultima nota, ha invitato i propri clienti a lanciarsi mani e piedi nel mercato azionario, visto che a suo modo di vedere la fornitura di massa monetaria a livello globale sta accelerando al ritmo più veloce degli ultimi trent’anni e la ripresa sta prendendo vigore in Cina. Per Ian Scott, analista equities della banca inglese, infatti, la forza di questa massa di liquidità avrà un impatto sui mercati molto più ampio di quellonegativo – dell’eventuale rialzo dei tassi della Fed. In parole povere, guardate il grafico(di sopra): stando a quei geni di Barclays, la correlazione è automatica e quindi la linea azzurra dei returns azionari dovrà andare in recoupling, ovvero in correlazione diretta, con quella nera della fornitura di massa monetaria. Semplicistico quanto basta per trovare allocchi a cui vendere titoli che, casualmente, si ha a bilancio e di cui ci si vuole disfare. 

E cosa fanno le volpi di Barclays per confermare questa loro intuizione alla Soros? Piazzano nel loro report il grafico sottostante, il quale ci mostra come la ratio di prezzo-utili aggiustata al ciclo (Cape) per i mercati equities mondiali sia oggi a 18, contro il 25.5 dell’ultima volta che si alzarono i tassi nel 2004 e del 14% al di sotto della media dal 1980 ad oggi.

Insomma, comprate santo cielo, Barclays è convinta che le azioni siano a buon mercato, cosa aspettate? Di più, con la massa monetaria M1 che a livello globale è salita dell’11% in termini reali, guidata da Cina ed eurozona, cosa c’è da pensarci su?

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Di più, per Barclays non solo i mercati emergenti – “l’epicentro del sentimento negativo” – stanno ormai risalendo dal baratro, ma la spesa fiscale in Cina è aumentata del 36% in un anno e i governi locali stanno emettendo debito come se non ci fosse un domani! Per la banca d’affari inglese, «un revival della crescita è in partenza e prenderà potenza nel primo semestre del 2016». Lasso di tempo, entro il quale immagino che il board di Barclays abbia deciso di aver alleggerito e non poco le proprie detenzioni equities, avendo magari già resettato al ribasso anche i valori di Var di ciò che resterà a bilancio. 

Non mi serve molto per confermare la mia tesi, solo i primi due grafici che trovate a fondo pagina. Il primo ci dice che, alla faccia del Cape di Barclays, l’indice Standard&Poor’s, su basi di cash-flow, oggi è sovra-valutato come al picco della bolla tecnologica. Insomma, non è proprio cheap. Mentre il secondo ci mostra come l’indebitamento a leva sia dell’investment grade che dell’alto rendimento sia oggi al record storico, avendo polverizzato anche i picchi del 2007-2008.

Per quanto riguarda la Cina, mi limito all’ultimo grafico, visto che festeggiare – come fa Barclays – per il fatto che ci si stia indebitando è qualcosa che merita un trattamento psichiatrico: questo è il livello di emissioni di bond delle aziende cinesi negli ultimi cinque anni soltanto per pagare gli interessi sul debito già esistente!

Sono dei default che camminano!

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Leverage_251115_7Cina_251115_8Dovrei chiudere qui, ma c’è un’altra cosetta che voglio dirvi, perché il mio amico Paolo Rebuffo – nella sua infinita saggezza – me l’ha fatta notare. Come sapete, con un Consiglio dei ministri durato 26 minuti e convocato di domenica, il governo ha salvato di Banca Marche, CariChieti, Carife e PopEtruria, spacciando questa operazione “di sistema” come a totale carico dei “privati”, ovvero banche che salvano altre banche per evitare che scoppi il bubbone. Balle, per due motivi. Primo, il costo per le casse dello Stato si aggirerà intorno al miliardo di euro di mancati introiti fiscali. Direte voi, meglio quel mancato introito che il panico nel sistema bancario. E dite bene, a volte bisogna saper scegliere il male minore. Il problema è che dei 3,6 miliardi prestati dalle banche italiane, 1,6 miliardi avranno la garanzia dello Stato attraverso Cassa depositi e prestiti!

Senza contare l’azzeramento del valore delle obbligazioni subordinate in mano ai risparmiatori, carta straccia che non è imputabile tout court all’azzardo morale e al rischio di investimento del singolo cittadino, perché nel caso di Banca Marche la magistratura ha accertato che i clienti venivano obbligati a sottoscrivere bond o comprare azioni per vedersi accordato un prestito o acceso un mutuo. 

A casa mia si chiama ricatto e salvare con soldi anche pubblici, attraverso minori introiti Ires dello Stato e garanzie della Cdp, chi ricatta la povera gente è non solo immorale ma criminale, alla faccia della stabilità del sistema bancario.

Tanto vi dovevo, ma voi tenete gli occhi aperti, siamo agli spasmi finali di un mercato rialzista drogato unicamente dalle Banche centrali e di una falsa ripresa basata soltanto sull’indebitamento di massa.

Ed è sempre il parco buoi a pagare il prezzo, per primo e quasi in solido.

Mauro Bottarelli

Fonte: ilsussidiario.net