Privacy Policy CINA - A TIANJIN IL 12 AGOSTO È ESPLOSO UN DEPOSITO INDUSTRIALE E SONO MORTE 116 PERSONE | 9 Dicembre Forconi
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CINA – A TIANJIN IL 12 AGOSTO È ESPLOSO UN DEPOSITO INDUSTRIALE E SONO MORTE 116 PERSONE

esplosione-di-tainjin-in-cina-701535LA PICCOLA CERNOBIL DEI CINESI

MA PASSANO I GIORNI E CRESCE L’EMERGENZA CIANURO

IL GOVERNO OVVIAMENTE MINIMIZZA E BLOCCA I SITI INTERNET CHE DANNO NOTIZIE

Il fiume Hai risputa in continuazione pesci morti. Migliaia agonizzano sulle rive contaminate dal cianuro di sodio. Una quantità 300 volte superiore al limite del pericolo. Le macchine continuano a esplodere. Ieri altri quattro incendi, domati in fretta. Il numero degli intossicati sarebbe di 30mila…

Giulia Zonca per “la Stampa

La normalità di Tianjin finisce un metro oltre la stazione, dove ancora le mascherine stanno appese al collo o dentro le borse e dove la gente si strattona per salire su un taxi, sopra le linee superstiti della metropolitana, sopra bus zeppi che non si muovono mai. Si parte da 40 chilometri dall’esplosione, nel centro città. Ma un cratere nel deposito di materiali chimici che si porta dietro 116 morti ha onde d’urto potenti.

La Cina è scossa, soprattutto, per la prima volta, mette in questione l’autorità e non le era mai successo in modo così collettivo e spontaneo. Qui dicono che Tianjin diventerà come Cernobil, una disgrazia destinata a svegliare le coscienze e modificare il sistema. Per ora il sistema reagisce lento e impacciato, ma ha già dovuto correggere la rotta. Dal silenzio assoluto sulle cause del disastro, al briefing quotidiano della municipalità, dall’indifferenza altera, a un vago tentativo di empatia con i parenti delle vittime e gli sfollati.

Sono loro che fanno tremare Tianjin e Pechino, accampati ai bordi della zona rossa, con gli impermeabili da pioggia che dovrebbero proteggere dalla chimica. Loro che hanno organizzato già due manifestazioni, monitorate ma concesse da un governo in difficoltà e che ora non occupano più in massa la strada davanti al Mayfair Hotel però neanche abbandonano del tutto il presidio: «Se ce ne andiamo scompariremo».

Qualcuno confessa che le autorità stanno trattando: «Forse ricompreranno le nostre case. Hanno fatto circolare la voce, non ci hanno dato un contratto e in tanti non ci credono». Restano i dubbi, le ansie e restano i lumini, gli striscioni e le persone sempre più stanche e spaventate che si sono ritrovate senza futuro. E con la paura addosso.

Tre giorni fa hanno chiesto verità, preteso attenzione. Non hanno una casa, vivono in residenze provvisorie, in alberghi locali: ospiti della loro terra che adesso sembra tagliata fuori dal mondo e insieme epicentro delle attenzioni. L’area di Binhai è persino più isolata di quanto ci si potrebbe aspettare. Oltre lo spettrale cratere che era gestito dalla famigerata Port Rui Hai International Logistics ci sono tre chilometri di deserto transennato. Di qui il lutto e di là l’apocalisse.

Non è facile tracciare il confine e infatti anche oltre gli spartitraffico ammassati e gli scheletri delle auto la vita non è ripartita e non ne vuole sapere di fare come se niente fosse. Il fiume Hai sputa pesci morti, migliaia agonizzano sulle rive contaminate dal cianuro di sodio. Una quantità 300 volte superiore al limite del pericolo. Le macchine continuano a esplodere, ieri altri quattro incendi, domati in fretta. Con fitte di dolore.

Sono bastate le sirene a paralizzare Tianjin, quel rumore che all’improvviso copre il traffico: la poltiglia sonora di clacson e urla svanisce e resta l’angoscia. Le autorità ripetono che si tratta di «effetti collaterali», non più legati a sostanze tossiche ma alle auto che non smettono di fumare, solo che ormai credere ai comunicati è un esercizio difficile. Non che gli ex residenti ascoltino gli stranieri, gli attivisti o Greenpeace. Non sentono proprio, non prendono precauzioni, gironzolano intorno all’abisso. Sembrano fantasmi.

Mentre chi vive in centro, quelli che non hanno visto, ma hanno capito, sembrano automi.

I provvedimenti?

I due mondi sono scollegati eppure connessi, specchio dell’intero Paese affacciato su quel cratere puzzolente. Per tenerlo lontano le autorità hanno completamente fermato la linea 9 della metropolitana, quella che arrivava a Teda, Tianjin Economic-Technological Development Area, l’avamposto di una delle zone industriali più attive.

Il quarto porto al mondo, una delle quattro municipalità cinesi, legata al potere di Pechino dal Bullet Train, il treno proiettile che ti porta da una città all’altra in 40 minuti a 290km/h. Uno degli esempi della modernità del luogo. Per qualche giorno hanno levato molte corse, nel tentativo di decongestionare prima di decontaminare Tianjin, e adesso che è ripartito l’orario classico, i vagoni sono presi d’assalto. Nessuna fermata, una cerniera tra Pechino e Tianjin, il tragitto su cui si è bloccata la Cina.

La Tianjin che non ha cambiato faccia ha comunque perso il ritmo e frenato il Paese, già provato dalla svalutazione.

Le promesse del governo? Il presidente Xi Jinping promette giustizia, sugli schermi a circuito chiuso della linea tre passano a ciclo continuo le immagini dell’esercito che bonifica la zona portuale con le maschere antigas. Spazzano detriti, spruzzano disinfettante.

Le tv ripetono all’infinito che i responsabili, i capi dell’azienda che stoccava e trasportava sostanze pericolose, sono in prigione. Il partito comunista prova a mostrarsi efficiente e coinvolto ma poi mette in galera pure Shen Liangqing, colpevole di aver ritwittato il numero dei morti prima che fosse ufficiale, prima che si degnassero di ammettere la catastrofe. Quel messaggio, neanche scritto da lui, gli è costato 9 giorni di custodia.

È un dissidente, sta nella lista nera, solo che a questo punto le liste sono troppe. Le vittime, gli sfollati, i feriti, gli intossicati, i destabilizzati, gli increduli.

I signori della truffa avevano ottenuto permessi illeciti per trattare materiale tossico, in un’area abitata, grazie ai loro legami con il partito, i pompieri non erano consapevoli dell’inferno imminente, i cittadini non erano informati.

Il cratere continua a bruciare e la squadra incaricata di controllare la qualità dell’aria ha messo gabbie con i conigli per il test del respiro.

Gabbie rosa perché scommettono che gli animali resteranno vivi, simbolo della rinascita. Ma basta guardare 45 km a Ovest, dove Tianjin è ancora intatta per capire che la terra si è squassata molto oltre la zona rossa. Quel recinto postindustriale che non può contenere i veleni e nemmeno le domande.

Fonte: qui