DEUTSCHE BANK E LA GUERRA COMMERCIALE CHE VERRA’!

Niente di particolare si sa, quando la nave affonda i topi scappano, ma la notizia della scorsa settimana è una di quelle che dovrebbe far tremare i polsi ha chi ha in mano il timone della principale banca tedesca…

Altra tegola su Deutsche Bank, il socio cinese uscirà dal capitale

Hna, conglomerata cinese, uscirà dal capitale di Deutsche Bank  (di cui ora ha il 7,6%) e dismetterà la maggior parte dei suoi investimenti esteri, per un valore totale di 10 miliardi di dollari. A dirlo sono fonti vicine al dossier, che rivelano come la richiesta provenga direttamente dal governo di Pechino. (….)

A fare pressione per le dismissioni sono i creditori e i regolatori cinesi. Pechino vuole che Hna torni a focalizzarsi sul suo core business, quello delle compagnie aeree nazionali, ma anche sulla logistica e sul turismo. La conglomerata è in trattative per vendere la californiana Ingram Micro e il gestore cargo Swissport International. Dismetterà anche le quote in decine di banche cinesi, trust e assicurazioni.

Hna venderà la quota in Deutsche Bank  gradualmente nei prossimi 18 mesi, io invece consiglio di non aspettare tanto, chissà se tra 18 mesi DB sarà ancora in circolazione sui listini. Non male la mossa cinese, una sorta di scacco matto alla Merkel, sarà contento Donald!

Sul New York Times c’è un interessante articolo The Economy Needs More Workers. Last Month, It Got Fewer.secondo il quale  i numeri di posti di lavoro di agosto suggeriscono che l’economia americana che sta iniziando a mettere a dura prova le sue capacità di creare lavoro, mentre la forza lavoro si contrae e salgono i salari.

Partiamo da qui, queste analisi non le leggerete da nessun’altra parte, nulla di buono dietro i dati di venerdì, Neil Irwin rileva che il tasso di occupazione dei lavoratori di età tra i 25 e i 54 anni, è pari a 79,3 per cento in agosto, lo stesso dato di febbraio, non è più cambiato nulla da allora, nessun aumento in sei mesi, nulla!

Consiglio di osservare attentamente questo dato nei prossimi due o tre mesi, perché è davvero importante.

Secondo un rapporto di Axios, la guerra commerciale potrebbe colpire aziende che impiegano attualmente circa 11 milioni di operai, entro al fine della settimana Trump potrebbe dare il via ad altri 200 miliardi di dazi contro la Cina.

Il grafico qui sotto mostra che paradossalmente le regioni più colpite dalle politiche commerciali dell’amministrazione Trump, sono proprio quelle zone deindustrializzate che lo hanno votato, con serie conseguenze anche nelle elezioni di medio termine.

Mentre erano già sull’attenti in attesa di capire se l’amministrazione Trump ignorerà le pressioni ricevute annunciando nuovi dazi contro importazioni cinesi aventi un valore di 200 miliardi di dollari, gli investitori sono stati sorpresi negativamente da una nuova minaccia giunta dal presidente americano: quella di altre tariffe doganali contro Pechino per altri 267 miliardi.

I già ventilati dazi su importazioni cinesi da 200 miliardi potrebbero essere adottati “molto presto a seconda di cosa succede”, ha detto il presidente americano Donald Trump alla stampa che con lui stava viaggiando a bordo dell’Air Force One che lo ha portato in North Dakota. “Odio adottarli ma in aggiunta a quei dazi ce ne sono altri da 267 miliardi di dollari pronti a scattare senza troppi preavvisi, se lo voglio”. (America24)

Probabilmente neanche lui sa cosa sta per scatenare, ma quelli di Apple sinceramente fanno tenerezza, sai potrebbero aumentare i prezzi…

“I prezzi (dei prodotti) Apple potrebbero aumentare a causa degli enormi dazi che imporremo alla Cina. Ma c’è una soluzione semplice. Producete i vostri prodotti negli Stati Uniti anziché in Cina. Iniziate a costruire nuovi dispositivi già da oggi, eccitante!”

Risultati immagini per trump tariffs

Ma vediamo ora cosa è successo venerdì…

L’economia Usa ha creato 201mila nuovi posti di lavoro in Agosto. Lo ha comunicato oggi il dipartimento del commercio. Le attese degli analisti erano per 200 mila.Il tasso di disoccupazione è rimasto al 3,9%.La paga media oraria è salita dello 0,4%, e cioè di 10 cent, a 27,16 dollari. Su base annua l’incremento è passato del 2,7% di luglio al 2,9% in agosto. E’ la crescita annua più alta dal 2009. La crescita dei posti di lavoro di giugno e luglio è stata rivista al ribasso per un totale di 50 mila posti di lavoro in meno.

Quindi la media delle retribuzioni orarie, è aumentata di uno zero virgola quattro il doppio delle previsioni al massimo del 2009.

Si tratta dello stesso film visto a gennaio, quello che ha fatto crollare i mercati e salire i rendimenti, questa volta il dollaro è decollato, passando in un attimo da 1.1650 a 1.1550, mentre i rendimenti dei trentennali sono saliti al 3,10 per l’ennesima volta, come qualche settimana fa.

Altra buona notizia è il numero dei lavoratori part-time, tornato ai livelli del 2007, l’ennesima conferma di un inasprimento del mercato del lavoro.

Dopo le revisioni, gli aumenti hanno una media di 185.000 nuove unità al mese negli ultimi 3 mesi, un trend in diminuzione.

Ci sono due indagini sull’occupazione americana da parte del BLS, una sulle imprese e una sulle famiglie detta anche Household Survey . Ebbene quest’ultima ha evidenziato la perdita di oltre 400.000 posti di lavoro, noi che seguiamo ormai da 10 anni questi indicatori ne abbiamo viste di tutti i colori, quindi andrei cauto a dare per scontato un trend sia sui salari che sull’occupazione, anche perchè secondo il “ Economic Cycle Research Institute”  la crescita delle ore lavorate è diminuita più rapidamente della crescita dei salari .

Il grafico sottostante mostra un rallentamento della crescita del reddito e della crescita delle ore che ha rallentato ancora più rapidamente.

Qualcosa non torna, forse i dati sui salari li detta il buon Donald o forse chissà!

Secondo i ricercatori ECRI, in questo caso in realtà conferma il rallentamento della crescita economica che sta iniziando a prendere piede.

La linea di fondo è che l’ultimo balzo della crescita dei salari, non è un segno di forza o di inflazione economica, ma lasciamoglielo credere e prendiamo per buona questa ennesima occasione per i nostri tesorucci. Ci penseranno i prezzi al consumo di giovedì e le vendite al dettaglio di venerdì a riportare sulla terra gli investitori.

Nel frattempo vediamo come inizia la settima, come ho scritto ieri ho la sensazione che non si arrenderanno tanto facilmente, un rimbalzo di sta tutto, magari sino alle tre streghe.

Mi ha incuriosito la dinamica dei mercati americani, sembra che nel primo semestre, solo grazie a 4 titoli, Amazon, Microsoft, Apple e Netflix, l’indice S & P nel 2018 è salito, ovvero l’ 84 % della performance è dovuta a questi titoli.

Capisco che gestori e strategie passive devono assecondare l’effetto gregge, ma escludendo i primi 10 titoli il rendimento dell’indice americano sarebbe oggi passivo, probabilmente le scoppole di oltre il 25 % su Netflix e Facebook sono servite poco a far riflettere gli psicopatici.

Solo ad agosto l’indice è salito del 3 % grazie al 20 % di Apple, mentre Facebook,Amazon, Netflix e Google insieme sono salite del 6 %. Senza questi titoli solo 1,8 % sarebbe stata a performance.

Non oso pensare a cosa accadrà quando molleranno tutti insieme, alla tosata generale al gregge di scienziati che non vede l’alternativa.

Fonte: qui

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