Privacy Policy DOPO LA CINA, TRUMP METTE NEL MIRINO LA GERMANIA | 9 Dicembre Forconi
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DOPO LA CINA, TRUMP METTE NEL MIRINO LA GERMANIA

IL PRESIDENTE USA VUOLE ABBATTERE L’ENORME DEFICIT NEGLI SCAMBI CON LA GERMANIA: 63 MILIARDI

MA LA CASA BIANCA DEVE ANDARCI PIANO: BERLINO È IL TERZO INVESTITORE NETTO PIÙ IMPORTANTE NEGLI USA, RAPPRESENTA IL 10% DI TUTTI GLI INVESTIMENTI ESTERI DIRETTI NEGLI STATES E LE IMPRESE TEDESCHE DANNO LAVORO A 650 MILA AMERICANI

Antonio Pollio Salimbeni per “il Messaggero”

Donald Trump non ha avanzato cifre alla mano la sua richiesta esplicita all’Unione europea, come ha fatto con la Cina: fate in modo di ridurre il deficit commerciale di 100 miliardi di dollari. Però la progressione e la direzione del pressing americano è stata chiara fin dall’ inizio. Il suo tweet del maggio dell’ anno scorso, nel mezzo del viaggio in Europa dopo aver lasciato Bruxelles, era stato esplicito: «Abbiamo un deficit commerciale enorme con la Germania, inoltre paga molto meno di quanto dovrebbe alla Nato e in spese militari. Terribile per gli Stati Uniti. Questo cambierà».

LA POSTA IN GIOCO

Ecco il punto vero: sotto il tiro dei dazi su acciaio e alluminio c’ è la Ue nel suo insieme naturalmente, ma il bersaglio numero uno è la Germania. D’ altra parte, prima di quel tweet Trump si era lasciato sfuggire un’altra frase: «I tedeschi sono cattivi, molto cattivi». I dati parlano chiaro.

Nel 2016, anno della grande vittoria di Trump, il surplus commerciale accumulato dalla Ue nei confronti degli Stati Uniti era di 144 miliardi di euro e la Germania vi contribuiva per 45 miliardi. Per quanto riguarda gli scambi delle sole merci, l’anno scorso il deficit americano verso la Germania era di 63,7 miliardi di dollari, stabile rispetto al 2016, nel 2011 era un po’ più della metà, nel 2000 era di 29,6 miliardi.

Il bersaglio di Trump è il modello di esportazione tedesco, ma in parte anche italiano e, fuori Europa, giapponese e soprattutto cinese. È il modello export-oriented, mercantilista per eccellenza, criticato peraltro da molti presidenti americani Obama compreso, benchè con un paradigma radicalmente diverso: mentre Trump sconfessa i trattati commerciali nordamericano e la Trans-Pacific Partnership, Obama aveva firmato l’ accordo di Parigi sul clima e confermato l’ impegno a sostenere il quadro multilaterale nelle relazioni commerciali.

A fine gennaio l’Ifo Institute di Monaco ha calcolato che nel 2017 la Germania aveva nuovamente raggiunto il più grande surplus di partite correnti del mondo, a 257 miliardi (circa il 9% del reddito nazionale) e anche in Europa si è capito che era benzina sul fuoco. Per Washington una conferma di colpevole egoismo internazionale, per Berlino la dimostrazione della straordinaria competitività del sistema tedesco. Virtù che, però, viene sempre più criticata sia in Europa (per gli effetti depressivi derivati nella zona euro dalle scelte di politica economica interna) sia dal Fondo monetario per il quale il surplus tedesco «è troppo grande e crea squilibri».

Tuttavia, non va dimenticato che la Germania è il terzo investitore netto più importante negli Usa e rappresenta circa il 10% di tutti gli investimenti esteri diretti negli States. E che le imprese tedesche danno lavoro a circa 650 mila americani. I dazi a un certo punto diventano un boomerang. L’obiettivo di Trump è la riduzione del deficit commerciale e pone sotto il ricatto dei dazi area del mondo per area del mondo, partner per partner, settore per settore, prodotto per prodotto. Il timore a Bruxelles è che non guarderà in faccia a nessuno. In Canada e in Messico pensano la stessa cosa. Adesso anche in Cina.

Fonte: qui