L’ultima volta che ho visto Giulietto Chiesa, stava litigando. In diretta, in un talk show della Tv russa. La trasmissione era dedicata all’Europa “invasa dai migranti”, e gli ospiti stranieri erano stati invitati a supportare la tesi che l’Occidente venisse deturpato da africani e musulmani. Giulietto arricciò il mitico baffo, esplodendo in una replica indignata: “Non vorrete che ci mettiamo ad affondare i barconi!” Difese appassionatamente le ragioni democratiche e umanitarie degli europei che salvavano i migranti in mare, senza farsi intimidire dalla rabbia di tutti i presenti in studio.  Performance che andava parecchio contro l’immagine di uno che ormai veniva considerato da molti uno “sul libro paga di Putin”.

La prima volta che sentii parlare di Giulietto Chiesa, anni prima di conoscerlo, era stato in ambienti di comunisti sovietici, e ne parlavano come di un “nemico esplicito”, uno  che non si prendeva nemmeno la briga di fingere per educazione. Era corrispondente dell’Unitá, abitava nella casa dei giornalisti della Pravda, insomma, era “sul libro paga di Mosca”, ma era considerato un nemico. Ogni sua nuova corrispondenza sul disastro del socialismo realizzato veniva letta sotto il microscopio (e diffusa soltanto nelle traduzioni riservate alla nomenclatura) e suscitava violenti attacchi di rabbia. Giulietto è stato l’unico corrispondente straniero nella Mosca di Breznev a meritarsi una dichiarazione ad personam della TASS contro di lui. Ne andava fiero come di una medaglia. 

A Giulietto piaceva litigare. Non era mai stato nel mainstream. Forse era questo il suo tratto dominante. Mai per motivi privati, soltanto per prese di posizione politiche che lui trovava incompatibili. In questo, era rimasto molto comunista: la tolleranza, il “sì ma anche”, il buonismo suscitavano in lui una violenta reazione di rigetto. Anche alla radice della sua incredibile carriera giornalistica ci fu un litigio: dopo una prima vita di dirigente del PCI, fu costretto ad andarsene dalla sua Genova e a reinventarsi giornalista. La sua seconda vita iniziò a 40 anni, in un Paese in cui non era mai stato, con una lingua che non conosceva, a fare un mestiere che non aveva mai fatto prima. Non essendo un giornalista di nascita, applicò all’analisi delle notizia la sua esperienza politica. Essendo un eterodosso per vocazione, era diventato amico dei dissidenti, e nella casa di Uliza Pravdy – farcita di microfoni del KGB, per cui le conversazioni importanti con le sue fonti si facevano nelle passeggiate in campi di cavoli fuori Mosca – si incontravano alcuni degli intellettuali più importanti di quell’epoca di agonia del comunismo. Un successo che sarebbe stato impossibile senza  l’intelligenza e la passione di Fiammetta, in un binomio che a Mosca era diventato inscindibile, “Dzhulietto e Fiammetta”.

Era una contraddizione perenne, Giulietto Chiesa. Il corrispondente anticomunista di un giornale comunista, il primo a meritarsi la borsa di ricercatore in quella roccaforte della sovietologia americana che era il Kennan Institute di Washington. Era inviso agli apparatchik di Breznev quando era all’Unità e ai liberali di Eltsin quando era passato a La Stampa, già con la reputazione di miglior esperto di Unione Sovietica non solo nel campionato italiano. Era stato accusato di essere al soldo del PCUS, della CIA e di Putin. Per certi versi, un riconoscimento unico, per una carriera giornalistica straordinaria, di cui il golpe contro Gorbaciov nell’agosto 1991 – quando, come inviato di La Stampa a Mosca, chiese in diretta al capo dei golpisti come stava, in un’allusione sarcastica alle sue mani tremanti che dette poi l’inizio alla lunga e affettuosa amicizia con il padre della perestroika – e l’ingresso  dei talebani a Kabul sono solo due dei momenti più memorabili.

Ha scritto libri, firmato reportage, interviste e analisi che hanno fatto scuola, uno scoop dietro l’altro. Ma non era nato giornalista e non era riuscito a diventarlo fino in fondo: restava un politico, uno che non racconta il mondo, lo vuole cambiare. Voleva essere il paladino della verità, il fustigatore degli ingiusti, il crociato di una missione,  non il suo cronista. Scelse di fare politica in prima persona: un giorno mi disse che era stufo di “dare consigli inascoltati” nei suoi editoriali su La Stampa, che era ora di agire in prima persona. Anche in questa sua terza vita fu un groviglio di contraddizioni: europarlamentare con Occhetto-Di Pietro, poi il candidato italiano per il partito dei russi lettoni, il putiniano difensore dei valori democratici, propagandista e dissidente, eternamente non allineato con nessuno. Non poter più litigare con lui mi spezza il cuore. 

ANNA ZAFESOVA