Privacy Policy Il G7 si spacca sul clima: accordo al ribasso su commerci e migranti | 9 Dicembre Forconi
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Il G7 si spacca sul clima: accordo al ribasso su commerci e migranti

Gli Usa: sull’accordo di Parigi decidiamo tra una settimana
IN PRATICA SONO IN DISACCORDO SU TUTTO! PRIMO ROUND DI TRUMP CONTRO MERKEL.

I sette Grandi decisi anche a intervenire nei confronti dei principali Social network per riuscire a bloccare i video di propaganda degli jihadisti

Il G7 durerà ancora una settimana, ha deciso Donald Trump. E’ il tempo che gli Stati Uniti si sono presi via Twitter per confermare o meno la partecipazione agli accordi contro il cambiamento climatico siglati a Parigi nel 2015. In due giorni di confronti e pressioni a Taormina, attaccato frontalmente soprattutto da Angela Merkel, il presidente americano non si è mosso di un centimetro dal suo universo di carbone. «Indispensabile per la reputazione degli Usa che confermi i patti», lo ha incalzato il francese Macron. «Conclusione molto insoddisfacente», ha notato la cancelliera tedesca, costretta in terra siciliana a una non indifferente serie di duelli con l’uomo della Casa Bianca, spesso isolato in un confronto definito «carico di antagonismi» il cui punteggio, sull’ambiente, ha portato un secco «sei a uno».

Dalle conclusioni brevi del «summit dei leader del mondo libero», come lo chiama il premier Paolo Gentiloni, emergono buoni motivi per essere delusi. Lo scacco a orologeria sul Clima è davvero irritante, come lo è il linguaggio inevitabilmente lasco sui migranti, questione che sul tavolo del G7 resta comunque un sovrappiù dove però si è sottolineata l’esigenza di investire in Africa per frenare i flussi e di garantire il diritto di difendere i propri confini.

Un parziale sollievo lo regala l’intesa rappattumata nottetempo sul commercio, confezionata per dire che il protezionismo non tutela e che gli scambi aiutano lo sviluppo economica, ma anche per confessare – ed è una prima assoluta – che la globalizzazione non ha fatto bene a tutti, una verità che sa molto di «effetto Trump». Sulla Russia va in scena un cerchiobottismo di minacce e offerta di dialogo «nella differenza» per affrontare le grandi insidie geopolitiche, mentre corre la cooperazione antiterrorismo e prelude ad un dialogo globale complesso con Facebook & Co. per frenare la jihad.

I critici dicono che il G7 non serve, i partigiani del Club parlano di formula che si evolve, gli osservatori vedono una grossa quantità di meccanismi che meritano di essere regolati e in fretta. Certo che con Hillary Clinton presidente le cose sarebbero state differenti e il «Truman Show», come negli ambienti diplomatici si è battezzata l’amministrazione Trump, ha sparigliato i giochi. Se ne sono accorti gli sherpa che hanno fatto l’alba per riscrivere il comunicato, particolarmente quelli che fra loro ricordavano occasioni in cui il testo era sigillato con grande anticipo. «Ci criticavate per questo – ha ricordato Gentiloni -. Stavolta è successo qualcosa: ci siamo confrontati».

Qualcosa era già successo venerdì, quando una battagliera Angela Merkel le aveva cantate al presidente Trump sui dissensi climatici e commerciali, con il canadese Trudeau rapido a darle man forte, in stretto sodalizio col francese Macron. I due «ragazzi» di Taormina non hanno comunque fatto a meno di beccarsi sulla «reciprocità» degli scambi che l’uomo di Ottawa trova minacciosa per la dottrina multilaterale. Nel testo finale, quest’ultima è stata preservata coi riferimenti al Wto e «l’importanza di un sistema basato sulle regole». Non lo dice nessuno con chiarezza, ma qui la Casa Bianca si è avvicinata ai partner.

Sugli accordi di Parigi per evitare il surriscaldamento della terra non è andata altrettanto liscia. Merkel e Macron, più di tutti, hanno battagliato. «Ci sono differenze non secondarie che non scopriamo oggi – ha sottolineato Gentiloni -. La partecipazione americana è necessaria e intanto non retrocederemo d’un millimetro». «Adesso sa bene quali sono i vantaggi», dice una fonte francese e anche i leader africani lo hanno marcato stretto. Se «fra una settimana» Washington dovesse decidere di restare sul carro del Cop21, il G7 siciliano assumerebbe un’altra luce. «Non ho la più pallida idea di cosa farà», concede Gentiloni. In realtà i diplomatici pensano che non straccerà la Carta di Parigi ma, allo stesso tempo, non darà una risposta cristallina.

Bisognerà negoziare ancora. Il G7, in fondo, è nato per questo. L’arrivo di Trump ha smosso le cose. Ha riaperto il dibattito sul senso di «equo scambio», che per Washington forse vuol dire «facciamo ciò che ci pare», ma per gli altri è un «facciamo tutto con le giuste regole». Non è una disfatta. «Impegno equilibrato», dice l’americano degli europei, fra i quali si è notato il silenzio della britannica May. Si è avviato un processo. Fra un anno, a Charlevoix in Québec, bisognerà essere più concreti.

Gentiloni dichiara a ragione che il successo vero è l’intesa antiterrorismo, per la forza del messaggio e le sue implicazioni telematiche. Gli italiani ritengono bilanciata la linea con la Russia e non rilevano intoppi su Corea del Nord, Libia, Siria. «Il nostro dovere comune è rinnovare la fiducia reciproca», recita il testo finale del vertice. In Sei hanno fatto il possibile per mostrare a Trump i vantaggi dell’odiato multilateralismo. Lui, più a suo agio a Riad che in Europa, potrebbe aver trovato nuovi spunti di riflessione. La prima verifica è climatica, fra una settimana. Poi ogni scenario è aperto.

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Un solo concreto passo avanti sul terrorismo. Per il resto Donald Trump ha ridimensionato le ambizioni del G7 a guida italiana che si è concluso ieri a Taormina. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni si è mosso con prudenza, senza ansie da prestazione, per costruire il consenso sui tre punti fondamentali: scambi commerciali, protocollo di Parigi sul clima, immigrazione. Ecco il suo bilancio: «Il confronto è sempre utile, aiuta a individuare convergenze quando possibili e rende chiare le differenze quando ci sono. Il risultato più importante è stato sul terrorismo, anche per il passaggio in cui si chiede ai grandi provider di Internet di rimuovere tempestivamente tutti i contenuti che possano promuovere o amplificare mediaticamente gli atti terroristici». Sul commercio, dice Gentiloni, «si è raggiunto un equilibrio positivo, sgomberando il campo dall’idea che chi voglia tutelare categorie e forze più colpite dalla globalizzazione sia necessariamente a favore di una radicale chiusura protezionistica».

Nel comunicato finale, però, sono state accolte le obiezioni principali di Donald Trump. La frase «lotta contro ogni forma di protezionismo» è diventata «lotta contro il protezionismo». Ed è facile riconoscere lo slogan del presidente americano nella riga sul «commercio libero, corretto e con reciproco vantaggio».

Anche sull’immigrazione sono passati gli emendamenti degli sherpa americani. Molte belle parole sulla «necessità di assistere i rifugiati», ma poi ciascun Paese manterrà «il diritto sovrano di controllare i propri confini e di sviluppare politiche tenendo conto dei propri interessi nazionali e della propria sicurezza».

Sul clima, infine, l’accordo di Parigi è per il momento azzoppato e toccherà agli esperti valutare se abbia ancora un impatto efficace sul riscaldamento del pianeta. Trump annuncia in un tweet che deciderà in una settimana e gli altri sono costretti ad abbozzare o, meglio, «a capire il processo in corso».

Ci sono tanti modi per leggere e interpretare politicamente le carte di un G7. Alcune formule, quelle concordate con estenuanti negoziati, sono fatte proprio a questo scopo. Però ci sono pochi dubbi su chi lascia Taormina con più soddisfazione di altri. Trump torna a Washington con la giusta convinzione di aver confermato la leadership americana, nonostante la traballante reputazione interna. Nessuno, per altro, ha osato chiedergli quali siano le sue reali intenzioni con Vladimir Putin. Così, almeno, hanno riferito i consiglieri della Casa Bianca ai giornalisti: Herbert Raymond McMaster, sicurezza nazionale, Gary Cohn, economia. La cancelliera tedesca Angela Merkel e il neo presidente francese Emmanuel Macron si sono molto lamentati, anche pubblicamente, per il passo indietro sull’ambiente. Ma, a quanto risulta, hanno accuratamente evitato il problema numero uno che da mesi si para davanti all’Occidente: che fare con Putin?

Nel documento finale qualche traccia c’è. Nel paragrafo sull’Ucraina i Sette confermano le sanzioni contro la Russia, minacciano di appesantirle, ma si dicono «disponibili a impegnarsi» in un negoziato con il Cremlino. Più o meno lo stesso discorso vale per la Siria. Se Mosca «è disposta a usare la sua influenza positivamente» su Bashar Assad (non citato), il G7 «è pronto a lavorare insieme per risolvere il conflitto» in quel Paese.

Un fraseggio che segnala come Trump abbia seminato una certa ambiguità sulla Russia anche a Taormina.

Intanto gli Usa guardano sempre con allarme alla Corea del Nord: sarebbe stata inviata una terza portaerei nel Pacifico occidentale come deterrente per i test missilistici e il programma nucleare di Pyongyang. Lo riportano i media americani, sottolineando che la USS Nimitz si unirà alla USS Carl Vinson e alla USS Ronald Reagan già presenti nell’area.

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