Governo Pd-M5s? Nord in rivolta, l’allarme degli imprenditori: “Clima rovente, occhio al ritorno dei forconi”

Mamma mia. I dieci-quindici punti del governo giallorosso, che M5S e Pd tentano di far nascere per salvare la poltrona, fanno rabbrividire. Soprattutto le proposte scandite da Luigi Di Maio al Quirinale ci danno un’ indicazione di come agirebbe il futuro esecutivo: contro il Nord. Non è una novità per i grillini, tanto meno per i dem, i quali non sono mai riusciti a interpretare le esigenze dell’ area più popolosa e produttiva del Paese. Pensate insieme cosa potranno combinare.

Vogliamo parlare dell’autonomia? Gigino ha detto che per lui è una priorità. Figuriamoci. Fino a poche settimane fa si è comportato come Penelope con la tela del regionalismo differenziato. Di giorno la Lega scriveva il testo, di notte i pentastellati lo cancellavano. Difficile dunque credere che i Cinquestelle possano concedere poteri a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, come chiesto dai cittadini con un referendum due anni fa. E poi, sempre scorrendo i punti di Di Maio, c’è sempre quell’idea di un mega piano per il Sud, cosa che per altro può essere intelligente, peccato che il progetto si scontri con il «no a inceneritori e trivelle».

Chissà se il vicepremier uscente l’ ha capito: il Mezzogiorno è rimasto indietro perché mancano infrastrutture anche le più basilari, perché non sfrutta le risorse che avrebbe a disposizione, perché è stato ricoperto di mance (vedi reddito di cittadinanza) senza risolvere crisi industriali come quella della Whirlpool o dell’ Ilva. E il ministro dello Sviluppo Economico era Di Maio, non un altro. Se ha fatto fiasco finora, cosa possiamo attenderci? Altre perdite di tempo.

Più costi – Il problema non è solo l’autonomia, che non arriverà (il Pd non la ama). Nel probabile programma giallorosso c’ è l’ idea del salario minimo, che piace a Delrio. Capite? Gli imprenditori si aspettavano un taglio delle imposte, invece dovranno sborsare 5-6 miliardi in più allo scopo di aumentare la paga ai rispettivi lavoratori. Il bello è che tale provvedimento farà scappare ulteriormente le aziende dal Sud. Già poiché, dati alla mano, sono le regioni meridionali quelle nelle quali parecchie buste paga sono sotto i 9 euro l’ ora proposti da Di Maio. Se passasse la norma agli imprenditori converrebbe spostare le produzioni fuori confine o chiudere. Al settentrione non andrà meglio, dato che in ogni caso l’ introduzione del salario minimo sconvolgerebbe i contratti territoriali e aziendali, con il rischio di ridurre i benefit ai dipendenti per poche decine di euro in più in busta e con un aggravio per i datori di lavoro, i quali invece attraverso il welfare aziendale facevano del bene ai lavoratori e risparmiavano in termini fiscali.

Altra grana: investimenti e grandi opere. Il Pd è favorevole, Cinquestelle no. Cosa aspettarci? Il balletto a cui abbiamo assistito nel governo gialloverde, ovvero tante liti e zero fatti.

Reddito agli stranieri – E ancora: che manovra ci aspetta? Tria ha confermato che non si rischia il taglio dell’ Iva, come scritto da Libero più e più volte. Lo stesso ministro dell’ Economia uscente ha ribadito che «c’ è troppa paura di fare investimenti per i rischi legali». Serve una riforma. Dem e M5S tuttavia non torceranno mai un capello ai giudici. La riforma Bonafede, mai nata, era tutta favorevole ai magistrati, tanto cari alla banda Zingaretti.

E poi il decreto dignità, che ha moltiplicato il precariato e ridotto il monte ore, non sparirà.
Mentre sarà esteso agli immigrati il reddito di cittadinanza, figlio dell’ assegno di inclusione ideato da Gentiloni. Altri soldi pubblici buttati in nome della lotta alla povertà e non allo scopo di ridurre il peso tributario e contributivo che grava su aziende, partite Iva e pensionati.

«Adesso partiranno con le promesse su tutto, ma devono parlare meno e fare le cose», sostiene Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza. E Mario Pozza, presidente di Unioncamere Veneto, lancia un ultimatum: «Chiediamo ai politici di essere seri. Sembrerà banale ma non lo è. Il clima si sta arroventando. Ricordo che alcuni nostri politici sostenevano i gilet gialli. Ecco, non vorrei si riesumassero i forconi. Non è ammissibile dire tutto e il contrario di tutto ogni dieci giorni. A questo punto si voti, vinca chi vinca, purché si torni a una situazione dignitosa. La gente non è stupida e si rende conto del caos di questi giorni. Siamo ben oltre la zona Cesarini».

di Giuliano Zulin

Fonte: LiberoQuotidiano

Ma se le elezioni Salvini le avesse perse?

Il governo tra Pd e Cinque Stelle purtroppo si avvicina e la domanda resta la stessa: perché Salvini ha fatto tutto questo casino sapendo che difficilmente si sarebbe andati a votare? Fino a ieri la risposta prevalente era: perché ha stravinto le elezioni europee e non voleva più sottostare ai Cinque Stelle che quelle elezioni le hanno perse.

Oggi mi viene il dubbio che la risposta giusta sia un’altra, esattamente l’opposto: Salvini si è sfilato dal governo perché lui le elezioni europee le ha perse e Di Maio le ha vinte. Mi spiego, facendo un passo indietro. Durante tutta la campagna elettorale delle Europee Matteo Salvini sosteneva la seguente tesi: «Noi sovranisti vinceremo le Europee, andremo al governo di Bruxelles e cambieremo i parametri economici che oggi soffocano gli Stati in modo da liberarli dal giogo dei numerini».

E giù quindi con una serie di mirabolanti promesse per la finanziaria di fine anno: flat tax, aiuti a imprese e famiglie e via dicendo. Il problema ora è che i sovranisti hanno nettamente perso quelle elezioni e l’Europa è rimasta saldamente in mano ai partiti europeisti. Quindi niente rivoluzione, niente «liberi tutti», al massimo qualche sconticino per nulla utile a realizzare il libro dei sogni sbandierato dai sovranisti. Alla luce di questo, e del fatto che i Cinque Stelle si sono prontamente iscritti in Europa al club dei vincenti, Salvini si sarà detto: se a fine anno metto la mia firma sotto una manovra economica in linea con i dettati europei dopo aver giurato l’inverso, il popolo che oggi mi adora e osanna viene a prendermi con i forconi sotto casa e addio al mito di Capitano coraggioso e invincibile.

Meglio, molto meglio, trovare una scusa qualsiasi e tagliare la corda prima che sia troppo tardi. Così quando a dicembre Pd e Cinque Stelle si presenteranno agli italiani affamati con un piatto di lenticchie il popolo potrà dire: ovvio, non c’è più Salvini a difenderci. Il cinico calcolo di Salvini «tanto peggio per gli italiani, tanto meglio per me» presenta però un grosso rischio anche per lui. Se questi saltano nel giro di pochi mesi ha vinto lui, ma se il collante del potere li tiene uniti qualche anno (cosa non da escludere) chissà se l’epopea del Capitano reggerà all’oblio con cui gli italiani archiviano velocemente sia le gioie che i dolori.

Fonte: ilGiornale

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