I numeri che smontano le ricette di Bce e Boeri

Negli ultimi giorni la Bce e Tito Boeri hanno preso delle posizioni piuttosto chiare rispetto ai programmi del Governo italiano.

Le recenti elezioni hanno di certo modificato parecchio il quadro politico internazionale. Le posizioni intransigenti assunte, soprattutto in materia di immigrazione, hanno quanto meno modificato le posizioni dei paesi europei, innanzitutto quelle di Francia e Germania. Se questo mutamento di posizioni sortirà qualche effetto concreto lo scopriremo. Intanto, da un punto di vista economico, questa estate gli sbarchi in Italia sicuramente subiranno una drastica diminuzione, con relativo sollievo per le casse dello Stato.

Ovviamente qui non svolgo le doverose considerazioni sulla questione umanitaria. Qui intendo affrontare la questione da un punto di vista economico. E da questo punto di vista, la Bce sembra non tenere conto che c’è ormai una situazione politica diversa di cui prendere atto, tanto che, con un tono quanto meno invadente, ha detto che la famigerata riforma Fornero non deve essere toccata a causa dell’alto debito pubblico. Quasi a far da sponda alla Bce, è intervenuto pure il presidente Inps Tito Boeri, dicendo che abbiamo bisogno degli immigrati altrimenti i conti dell’Inps salteranno.

Per tutte e due queste questioni, vi sono due aspetti: il primo è il tentativo di limitare l’azione legittima del governo, cioè di ricordare che la perdita di sovranità è un processo in corso che non va fermato; il secondo aspetto sono le motivazioni ridicole, perché ormai smentite dai fatti. Riguardo la Bce, bisogna rilevare che la sua ricetta, cioè quella di far pagare alla cittadinanza i guasti della finanza, è già stata ampiamente sperimentata ed è fallimentare. Basti considerare i due esempi più clamorosi, ogni tanto sbandierati come un successo: la Grecia e il Portogallo, accreditati di un Pil in crescita a livelli superiori rispetto al misero Pil italiano.

Della Grecia c’è ben poco da dire: pensionati ridotti alla fame e disoccupazione galoppante hanno devastato l’economia reale e portato il debito al 180% del Pil. Non c’è all’orizzonte alcuna riduzione di questo fardello insostenibile, anzi: si prospetta una ipotesi di “riduzione” del debito come premio per aver seguito le ricette imposte dalla Bce e dall’Ue. Ma cos’altro è questa riduzione, se non un default parziale? Un default parziale che non verrà pagato dagli investitori o dalle banche, ma dal Fondo salva-stati, cioè anche da noi contribuenti italiani. A riprova del fatto che il debito è impagabile e pure sempre crescente. Cresce da noi come cresce in tutti gli altri stati europei. E pure l’esempio del Portogallo non è molto incoraggiante. Intanto ha ottenuto solo quest’anno un Pil appena decente (intorno al 3%) dopo anni di deficit pesantissimi, fuori dai parametri europei (il fatidico 3%). E poi pure il suo debito è passato dal 60% prima della crisi all’attuale 130%. Queste sono le ricette della Bce.

Ora veniamo all’affermazione di Tito Boeri, secondo il quale se non abbiamo immigrati saltano i conti futuri dell’Inps. Già in molti hanno contestato questa affermazione, perché molti di questi immigrati vengono immediatamente pagati senza lavorare e quindi sono un costo immediato senza alcuna certezza di un lavoro, che tra l’altro scarseggia. Ma affrontare questa problematica vuol dire in realtà affrontare un’altra gravissima questione: la questione demografica. E gli immigrati non la risolvono.

Infatti, anche ipotizzando che apriamo le porte all’immigrazione, un giorno questi immigrati diventeranno pensionati. E come pagheremo le loro pensioni? Con nuova e ulteriore immigrazione? E se questa immigrazione non ci fosse perché, poniamo, tra trenta o quarant’anni l’Africa si stabilizza socialmente ed economicamente? Come pagheremo quelle pensioni?

Qualcuno penserà: ma con i figli degli immigrati, che fanno più figli di noi e che saranno i nuovi giovani che pagheranno le pensioni dei loro anziani. Ora, al di la del fatto che tutte e due queste ipotesi (pensioni pagate da nuovi immigrati o dai figli degli attuali immigrati) prefigurano un piano di sostituzione etnica, il vero problema è che la stessa demografia nega questa seconda ipotesi. Infatti, gli attuali migranti si stanno “italianizzando” da un punto di vista demografico, cioè il tasso di natalità è in forte calo anche per loro. Tutti questi dati rendono evidente quanto i ragionamenti e i conti del presidente Inps siano scritti sulla sabbia.

Teniamo anche conto di un dato di eccezionale gravità: il conto della popolazione italiana rimane stabile da alcuni anni perché alla somma degli immigrati che diventano cittadini si sottraggono gli italiani che vanno all’estero, divisi in due categorie: gli anziani che vanno in paesi dove la loro pensione misera permette loro di vivere meglio; i giovani brillanti che cercano lavoro all’estero. Questo doppio danno demografico è anche un fortissimo danno economico: infatti i pensionati che vanno all’estero, spenderanno all’estero la loro pensione, con relativo danno per il nostro Pil. E i giovani che vanno all’estero dopo essersi brillantemente formati in Italia, sono denaro pubblico speso per una formazione brillante che poi viene impiegata all’estero, cioè porta professionalità brillanti e Pil all’estero. A questo danno economico aggiungiamoci pure il fatto che tanti immigrati, quando lavorano, mandano una buona parte del denaro guadagnato alla propria famiglia nel Paese d’origine. Sono circa 7 miliardi che ogni anno escono dall’Italia. Capite quanto assurda sia la posizione di chi afferma che gli immigrati sono una risorsa?

Il problema della sostenibilità dei conti dell’Inps è in realtà un problema di demografia. E il problema demografico ha una soluzione: l’incentivazione, il sostegno e la promozione della famiglia, soprattutto le famiglie numerose. Su questo punto, soprattutto in Italia, c’è tantissimo da fare. Il mero recupero della sovranità monetaria, da me sempre sostenuto, da solo non potrà risolvere il problema della crisi. Allo stesso modo, la sola promozione della famiglia non risolverà il problema della crisi. Occorre quindi che si recuperi la sovranità monetaria e che questa venga utilizzata soprattutto per sostenere le famiglie. E pure le imprese, a partire da quelle familiari.

Fonte: qui

Precedente DEUTSCHE BANK: L’INIZIO DELLA FINE! Successivo Vertice Ue, la vera vittoria è di Francia e Germania