ll Consiglio di sicurezza ONU respinge la risoluzione russa sulla Siria

1780725Il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha raggiunto l’accordo sul progetto di risoluzione proposto dalla Russia riguardo la situazione al confine turco-siriano. Si sono espressi contro 6 paesi su 15: Spagna, Nuova Zelanda, Ucraina, e USA, Francia e Gran Bretagna che hanno il diritto di veto.

Secondo il rappresentante permanente del Venezuela all’ONU (presidente del Consiglio di Sicurezza a febbraio) Rafael Ramirez, nel corso della discussione, che si è protratta per oltre due ore, “ogni paese ha esposto la propria posizione nazionale”. “Abbiamo tempo fino a lunedi (22 febbraio) per avere le reazioni a questa risoluzione, e vedere cosa succederà” ha osservato Ramirez.

Il rappresentante permanente degli USA all’ONU Samantha Power ha definito il progetto di risoluzione russo “fuorviante”. “Sarebbe utile che la Russia realizzasse la risoluzione già approvata. Abbiamo lavorato tutti insieme alla risoluzione 2254 a fine anno, siamo tutti uniti per la sua realizzazione, e l’accento va posto sulla sua attuazione” ha dichiarato Power, citata da RIA Novosti.

Giovedi, la Russia ha presentato al Consiglio di sicurezza dell’ONU il progetto di risoluzione per la Siria che richiede di porre fine all’indebolimento della sovranità di questo paese.

Russia convoca Consiglio di Sicurezza ONU per piani Turchia su invio truppe in Siria


Mosca intende introdurre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione di condanna delle azioni che minano l’integrità territoriale e la sovranità della Siria, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova.

“A questo proposito la Russia intende oggi convocare una seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere la questione e presentare una bozza di risoluzione, in cui si esorta a bloccare tutte le azioni che minano la sovranità e l’integrità della Siria e non conformi alla risoluzione №2254 del Consiglio di Sicurezza ONU, così come con gli sforzi per avviare il processo di pace siriano”, — ha dichiarato la rappresentante del ministero degli Esteri russo, riporta Russia Today.

Fonte: it.sputniknews.com

La Russia convoca il Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Forze turche al confine
Forze turche al confine

MOSCA – La Russia convocherà questa sera una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dopo la minaccia turca di un’operazione terrestre in Siria: lo ha reso noto il Ministero degli Esteri di Mosca.
“La Russia intende convocare una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere la questione e presentare una bozza di risoluzione chiedendo di fermare qualsiasi iniziativa che possa minare la sovranità e l’integrità territoriale della Siria“, si legge in un comunicato diffuso dal Ministero.

Ankara ha chiesto di lanciare un’operazione congiunta con i Paesi alleati sul suolo siriano ritenendola l’unica soluzione per mettere fine al conflitto in corso ormai da cinque anni, sottolineando tuttavia di non voler procedere unilateralmente.

Washington da un lato dichiara di appoggiare le azioni della Turchia dall’altro teme che Ankara e Rijad entrino in conflitto con la Russia

Secondo il giornale britannico Financial Times gli USA vedrebbero con preoccupazione l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente, per causa delle azioni unilaterali di Ankara e Rijad che hanno propettato una operazione terrestre combinata in Siria e stanno concentrando truppe e mezzi in prossimità del confine siriano.
Secondo lo stesso influente giornale, gli USA stanno cercando di trattenere i propri alleati, Turchia ed Arabia Saudita, da una azione unilaterale in Siria che inevitabilmente porterebbe ad un conflitto con la Russia (e con l’Iran) dalle conseguenze imprevedibili.

Anche per la maggior parte dei paesi della NATO, la possibilità di un intervento militare di un membro dell’alleaza in un paese già distrutto dalla guerra, in cui vi sono già implicate diverse potenze fra cui la Russia, si presenta molto allarmante”, recita l’articolo-.

Il conflitto in Siria sta andando fuori controllo. La situazione della parte settentrionale del paese  potrebbe cambiare nel corso della guerra”, scrive il giornale attraverso Charles Lister, membro dell’Istituto del Medio Oriente.

Ankara e Rijad hanno timore di operare da soli in Siria senza l’appoggio di Washington. Tuttavia sono indignati perchè gli USA non operano per arrestare la campagna militare russa che sta appoggiando il presidente siriano Bashar Al-Assad.

La Turchia continua ad insistere nella sua vecchia richiesta di creare una zona cuscinetto di vari Km. lungo tutta la frontiera con la Siria per poter controllare i movimenti dei curdi siriani che sono oggi la maggiore preoccupazione della Turchia. Nel frattempo il governo  di Ankara continua a sostenere ed a far entrare in Siria miliziani e rifornimenti a rinforzo dei gruppi terroristi sotto assedio ad Aleppo.

L’Arabia Saudita è preoccupata per il rapido calo della sua influenza nella regione e nei negoziati intersiriani. Rijad teme più di tutto che il suo maggiore rivale nella regione, l’Iran prenda sempre più spazio ed influenza. Per questo motivo i sauditi hanno creato lo scorso dicembre una alleanza degli stati sunniti (34 membri) in funzione anti iraniana e per questa ragione i sauditi ed i paesi della coalizione hanno mosso in questi giorni grandi manovre militari senza precedenti.

Secondo alcuni osservatori i sauditi si appresterebbero a lanciare una operazione militare terrestre dal sud est della Siria, in prossimità della frontiera con la Giordania, con la possibile partecipazione della stessa Giordania. Secondo alcune informazioni, le tribù della parte est del paese avrebbero già effettuato operazioni di riconoscimento nella zona. Nonostante questo l’Arabia  Saudita sembra voglia seguire le indicazioni di Washington e muoversi sotto l’egidia di una coalizione guidata dagli USA.

Gli Stati Uniti continuano nel loro doppio gioco: da una parte proclamano di voler combattere il Daesh (ISIS) mentre dall’altra continuano a fornire armi anche sofisticate ai gruppi di miliziani indicati cometerroristi moderatianche se poi questi finiscono (come accertato) nelle mani dei gruppi jihadisti di Al-Nusra (Al Quaeda siriana) e dell’ISIS.

La stessa azione “moderatrice” di Washington di voler apparentemente contenere le operazioni unilaterali della Turchia, sembra dettata da un tattica che vuole salvare le apparenze ed evitare di entrare in conflitto direttamente con la Russia, ma il ruolo della Turchia di Erdogan potrebbe essere quello della testa d’Ariete che giustifichi un intervento successivo della NATO imponendo una divisione del paese arabo in zone di influenza, secondo il vecchio progetto di USA ed Israele.

Al punto in cui si è arrivati, con la vittoria a portata di mano delle forze dell’Esercito siriano, supportate dall’aviazione russa, sarà difficle che Mosca e Teheran accettino una qualsiasi azione saudita e turca rivolta a rovesciare il governo di Damasco ed installare un regime filo saudita e filo turco in Siria.

Ne va del prestigio russo e del rinnovato ruolo regionale dell’Iran. Viste le posizioni inconciliabili, di conseguenza la prospettiva più concreta è quella di un conflitto allargato dagli sviluppi imprevedibili.

Fonte: Sputnik Mundo

Traduzione e sintesi: Luciano Lago

Le “manovre pericolose” della Turchia

La Turchia ha il casus belli pronto per intervenire in Siria.

Tu guarda a volte le combinazioni. Anzi, le coincidenze. Uno sta cercando disperatamente una scusa per inviare le sue truppe in Siria e nell’arco di due giorni il cattivo di turno gli scatena contro due attentati, entrambi riconducibili a quel nemico che tanto vorrebbe combattere sul campo. Incredibile a volte il destino. Ieri il premier turco Ahmet Davutoglu, nel corso di una conferenza stampa nella sede dello Stato maggiore dell’esercito, ha dichiarato infatti che l’attentatore che si è fatto esplodere accanto al convoglio militare ad Ankara mercoledì (28 morti e una sessantina di feriti) si chiamava Saleh Nejar, aveva 24 anni ed era originario di Amude, nel nord della Siria. Sarebbe entrato in Turchia assieme ad alcuni profughi siriani, fingendosi rifugiato. L’identificazione è arrivata grazie al riconoscimento delle impronte digitali che la polizia aveva preso al momento dell’ingresso nel Paese. Strano, prima era un’autobomba, poi un kamikaze. Siriano, oltretuttto. La prassi degli ultimi tempi – Parigi insegna – vorrebbe che il suo passaporto fosse stato trovato intonso accanto al corpo, ma i turchi sono dei simpaticoni, hanno riconosciuto l’attentatore suicida, a tempo di record, dalle impronte digitali. Corpo smembrato ma mani che sembravano uscite da una manicure: che fortuna! 

Ieri poi nuovo attentato, questa volta lungo la strada che collega Diyarbakir, la città più importante nel sud-est del Paese a maggioranza curda, al distretto di Lice: sette soldati sono rimasti uccisi nell’esplosione della mina fatta saltare al passaggio del loro convoglio militare. Attacchi del genere si sono verificati diverse volte negli ultimi mesi nel sud-est della Turchia, dopo la sospensione del cessate il fuoco, la scorsa estate, tra Ankara e i combattenti curdi. In compenso, già poche ore dopo l’esplosione dell’autobomba ad Ankara era partita la ritorsione dell’aviazione turca che mercoledì sera ha bombardato le posizioni del Pkk nel nord dell’Iraq, uccidendo 60-70 militanti, tra cui alcuni comandanti di alto livello, stando a quanto riferito dallo stesso Davutoglu. La Turchia, ha aggiunto il premier, continuerà a bombardare le posizioni delle milizie curdo-siriane Ypg sia nel proprio territorio, sia nel nord di Siria e Iraq. Insomma, casus belli  trovato?

«I collegamenti con le milizie curde Ypg sono chiari ed evidenti – ha spiegato Davutoglu -. L’attacco dimostra che le milizie curde sono organizzazioni terroristiche». Immediata però la reazione del Pkk che ha negato qualsiasi coinvolgimento: «Non sappiamo chi abbia effettuato l’attacco di Ankara, ma potrebbe trattarsi di un atto di ritorsione per i massacri in Kurdistan», ha dichiarato il co-leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan, Cemil Bayik. Gli ha fatto eco poco dopo il partito curdo-siriano Pyd, che ha smentito la responsabilità del suo braccio armato, le Unità di protezione del Popolo (Ypg), nell’attacco terroristico: «Rifiutiamo completamente le accuse – ha dichiarato il co-presidente del partito, Salih Muslim -. Nemmeno un proiettile viene sparato dalle milizie Ypg in Turchia perché non considerano la Turchia come un nemico». 

Vero? Falso? Conta poco.

Conta il timing: da giorni i turchi stavano bombardando i curdi nell’area della Siria confinante con la Turchia, quindi una rappresaglia era il minimo che potessero aspettarsi: certi attentati non c’è infatti bisogno di “farseli da soli”, tanto per evocare lo spirito della false flag, basta creare le condizioni per cui avvengano.

Ovvero, prima provoco e poi casualmente abbasso la guardia, lanciando un osso a chi non aspetta altro che farmela pagare. Funziona così ormai da una quindicina d’anni. E la Turchia ormai non ha più nulla da perdere, è nella disperata e disperante situazione di chi ha bisogno di creare caos a tutti i costi.

Lo confermano le parole pronunciate martedì dallo stesso Davutoglu durante la sua visita in Ucraina, quando, travalicando anche l’ultimo bastione del buongusto, ha dichiarato che «la Russia si comporta come un’organizzazione terrorista, costringendo i civili a fuggire. Se continuerà, daremo una risposta estremamente decisiva». Al di là del fatto che la Russia potrebbe tramutare la Turchia in un posacenere nell’arco di 72 ore se volesse, c’è dell’altro a ferire Ankara.

In primis, la duplice offensiva russa proprio contro la Turchia: diplomatica in primo luogo, militare in subordine. Nello stesso giorno in cui Davutoglu lanciava le sue accuse, infatti, il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, sfoderava il guanto d’acciaio.

Dopo aver confermato che negli ultimi sette giorni l’aviazione russa ha compiuto 444 missioni, colpendo 1593 obiettivi dei terroristi in sei province, Shoigu ha dichiarato che «i terroristi nelle province siriane di Idlib e Aleppo continuano a ricevere armi e rinforzi dal territorio turco, mentre l’esercito di Ankara continua a colpire con artiglieria le forze governative siriane e l’opposizione patriottica».

Insomma, un’accusa precisa contro Ankara che sottende l’intero equilibrio in atto. Poi, il risvolto militare. Mosca, insieme agli iraniani e alle forze lealiste, accerchiando Aleppo ha infatti tagliato le linee di rifornimento dei ribelli con la Turchia, garantendo ai curdi dello Ypg di avanzare nelle città vicino al confine e di consolidare il proprio controllo del territorio a nord della Siria. Esattamente l’incubo che la Turchia non avrebbe mai voluto vivere. 

E questo a cosa porterà?

Le accuse di Davutoglu erano il chiaro tentativo di forzare un casus belli che garantisse ad Ankara la possibilità di invadere la Siria per difendere la città di Azaz dall’assedio dei curdi, i quali potrebbero voler riunire tutte le province dell’area inviando un chiaro segnale ai fratelli in territorio turco e iracheno, con questi ultimi che già chiedono un referendum sull’indipendenza. Stando a quotidiano Yeni Safak, «la Turchia sta pianificando l’invio di truppe 10 chilometri all’interno del territorio siriano per creare un’area liberata». Il perché è presto detto: se Azaz viene conquistata dai curdi, 400-500mila profughi potrebbero ammassarsi al confine turco. E, infatti, lo stesso Davutoglu ha dichiarato che «non lasceremo cadere Azaz, lo Ypg non sarà in grado di attraversare a oriente dell’Eufrate e a occidente di Afrin».

Guarda caso, due attentato curdi in Turchia in meno di 24 ore. 

Ma la cosa grave appare un’altra, al netto che dubito si arrivi a un’escalation tra Ankara e Mosca, visto che la prima è membro Nato e quindi attiverebbe la clausola di difesa da parte di tutti gli altri Stati componenti se la Russia la colpisse direttamente:

la bomba dei nuovi migranti pronta a scoppiare in caso la situazione in Siria vada, come pare, fuori controllo a livello bellico…

Fonte: qui

Precedente MINZOLINI INTERVISTA ANTONIO DI PIETRO Successivo Renzi non è Cameron, l’Italia in mani Troike