La bomba dei derivati nelle banche Usa

Nonostante la crisi del 2007-2008, i numeri sull’esposizione ai derivati delle banche d’affari statunitensi sono altissimi e impressionanti.

George Orwell ha scritto che «chi controlla il passato, controlla il futuro. E chi controlla il presente, controlla il passato». Difficile dargli torto, pensate soltanto alla narrativa delle cosiddette fake news e alla loro capacità di piegare qualsiasi avvenimento ai desiderata di chi controlla i media. E, purtroppo, le lezioni che il passato avrebbe dovuto impartirci spesso e volentieri o non le impariamo o le dimentichiamo troppo in fretta. Il mondo della finanzia, in tal senso, fa scuola. 

Partiamo dall’architrave del mio ragionamento odierno, sufficiente di per sé a spiegare tutto: il grafico più in basso ci mostra la delirante situazione in cui viviamo, quando contrapponiamo realtà e post-realtà del mercato. Per tutti i media, i continui e sostenuti rallies del mercato azionario Usa, una sorta di Teflon rispetto a tutto il disordine che vige nel mondo, sarebbero la prova provata della forza economica degli Stati Uniti. In effetti, storicamente, è sempre esistita una correlazione molto forte fra crisi nel mondo e ansietà del mercato: se ci sono guerre, destabilizzazioni, incertezze politiche, gli indici ne risentono e ritraggono. Bene, il grafico ci mostra come negli ultimi due mesi abbiamo assistito a una aumento continuo dei focolai di crisi globali che però hanno portato a un aumento degli indici, facendo collassare la percezione di rischio e la correlazione storica. 

Un qualcosa di senza precedenti: ha senso una dinamica simile, a vostro modo di vedere? No, eppure domina i mercati. Ma la cosa ironica e paradossale è che chi quei mercati li fa muovere, sa benissimo che stiamo vivendo nel mondo degli unicorni colorati. A dimostrarcelo, plasticamente, è l’ultimo sondaggio mensile di Bank of America-Merrill Lynch tra i gestori di fondi più importanti, per l’esattezza 213 manager, cui viene chiesto di mettere in fila per ordine di importanza quale sia il tail risk che temono di più. Bene, la risposta di maggio è contenuta in questo grafico, le eccessive scommesse rialziste sul Nasdaq. Ovvero, coloro i quali stanno direzionando in maniera univoca il mercato, garantendo rialzi nonostante i rischi geopolitici che stiamo vivendo, in cuor loro sanno che stiamo suicidandoci e, infatti, accantonano i timori sulle eccessive scommesse long legate al dollaro e alle equities europee e il 26% di loro decide che è la convinzione nell’indice tecnologico di Wall Street il “cigno nero” che potrebbe fare danni. 

E vogliamo parlare del sistema bancario, di fatto il cuore del mercato? In questo caso, il ragionamento che facevo prima sul passato che non insegna nulla, è calzante. Oggi, a quasi dieci anni dalla grande crisi finanziaria, a che punto sta l’azzardo morale degli istituti di credito? Hanno capito che non si può solo giocare con la finanza, ma bisogna anche – e soprattutto – erogare credito e gestire risparmio? No. E certamente la promessa tradita di Donald Trump riguardo la reintroduzione del Glass-Stegall Act rispetto alla divisione tra banche commerciali e d’affari non ha aiutato un processo di responsabilizzazione, tanto più che il gabinetto dell’attuale presidente è strapieno di ex-manager di Wall Street. 

Sapete a quanto ammonta l’esposizione a contratti derivati delle prime 25 banche statunitensi? Qualcosa come 222 triliardi di dollari, circa 12 volte il Pil degli Usa! Qual è il rischio? Finché il mercato azionario resta stabile, finché non ci sono scossoni sui tassi, finché le scommesse su cui si basano quei contratti restano in ghiacciaia grazie agli interventi delle Banche centrali che garantiscono condizioni di trading artificiali, possiamo parlare solo di rischi potenziali. Ma quando – e non, se – arriverà la prossima crisi profonda, il prossimo shock sistemico, come reagirà la catena di controparte di quel mostro? Terrà ancora una volta, calcolando quanto le Banche centrali hanno già immesso sul mercato fino a oggi? Ricordatevi che fine ha fatto Lehman Brothers e, se non vogliamo arrivare agli estremi, il conto che gli americani hanno dovuto pagare per salvare aziende come Aig, sull’orlo del collasso perché si erano spinte ben oltre l’azzardo morale, tramutando il concetto stesso di value-at-risk in una variabile di cui non tenere conto in assoluta allegria. 

Quelli che sto per elencarvi non sono numeri di fantasia, né tantomeno le elucubrazioni complottiste di qualche blog, bensì i dati più recenti del report trimestrale dell’Occ (Office of the Comptroller of the Currency) statunitense, quindi quanto di più ufficiale posso esistere al mondo nel settore. Se state leggendo questo articolo in piedi attraverso qualche device mobile, sedetevi. Partiamo da Citigroup, la quale a fronte di assets totali per 1.792.077.000.000 dollari (poco meno di 1,8 triliardi) ha in essere un’esposizione ai derivati pari a 47.092.584.000.000 (più di 47 triliardi di dollari) e subito dopo arriviamo a JPMorgan Chase, forte di assets totali pari a 2.490.972.000.000 dollari (poco meno di 2,5 triliardi) e di un’esposizione ai derivati di 46.992.293.000.000 (quasi 47 triliardi di dollari). Ed ecco poi arrivare Goldman Sachs, la quale presenta assets per un controvalore di 860.185.000.000 (meno di un triliardo di dollari) ed esposizione ai derivati pari a 41.227.878.000.000 (più di 41 triliardi di dollari), tallonata da Bank Of America con assets per 2.189.266.00.,000 (poco più di 2,1 triliardi di dollari) ed esposizione ai derivati per 33.132.582.000.000 (più di 33 triliardi di dollari). Infine, abbiamo Morgan Stanley con i suoi 814.949.000.000 di controvalore in assets (meno di un triliardo di dollari) e qualcosa come 28,.69.553.000.000 (più di 28 triliardi di dollari) di esposizione ai derivati e Wells Fargo, la quale presenta assets totali per 1.930.115.000.000 (poco più di 1,9 triliardi dollari) e un’esposizione di 7.098.952.000.000 (più di 7 triliardi di dollari). E ho citato solo le più grandi, perché – come anticipato – collettivamente le prime 25 banche degli Usa hanno un’esposizione a quegli strumenti di distruzione finanziaria di massa pari a 222 triliardi di dollari. 

Ora, io mi chiedo: a fronte di istituzioni politiche e regolatrici che controllano anche gli zero virgola di sforamento dei deficit statali, com’è possibile che soggetti privati possano operare a questo livello di azzardo morale, essendo componente sistemica? Com’è che le procedure d’infrazione per gli Stati scattano subito e le regolazioni per le banche vengono sempre e solo annunciate, ma mai messe in atto in maniera seria, quando parliamo di criticità come queste? E ancora, perché a vostro modo di vedere le sofferenze bancarie – soprattutto di alcuni Stati europei – sono perennemente sotto la lente d’ingrandimento dei regolatori, mentre esposizioni monstre a prodotti potenzialmente devastanti per i bilanci come i derivati, no? Perché lo spread balla – o, a volte, viene fatto danzare – per i non-performing loans, critici ma non letali e invece non un fiato o un plissé del mercato su un’esposizione a scommesse ad altissimo rischio e a leva pari a 12 volte il Pil Usa? Forse perché con i derivati si guadagna tanto, denaro fatto sul denaro senza creare crescita e quindi i governi più o meno nazionali tacciono per non far arrabbiare i loro veri padroni, cio+ le banche? Vi rendete conto a cosa ci ha portato la finanziarizzazione di massa, il connubio perverso tra politica e finanza? Capite perché ci sono finanzieri e banchieri ovunque nei vari governi del mondo e nelle istituzioni sovranazionali, siano esse l’Ue o il Fmi o l’Ocse? 

Una volta c’erano gli economisti, categoria ahimè spesso fallace, oggi invece chi sa come far funzionare il casinò del mercato senza regole. Non a caso, i guai della Grecia da dove partono, al netto di una classe dirigente imbarazzante? Da uno swap per imbellettare i conti. E il mega-derivato contratto dall’Italia, misterioso quanto il mostro di Loch Ness? E i derivati che hanno devastato i bilanci degli enti locali, comuni di poche migliaia di anime che operavano come hedge funds? Capite su cosa siamo seduti? E attenzione, perché il terrificante grafico d’apertura, deve fare i conti con quest’altro, pubblicato da Bloomberg ieri all’ora di pranzo, quando i futures prezzavano alta volatilità per l’apertura di Wall Street. 

Le fear gauges sono gli indicatori di paura, instabilità e volatilità del mercato: dopo 15 giorni di calma piatta sotto quota 11, mai striscia di minimo così lunga, il Vix ieri ha rialzato di colpo e prepotentemente la testa. Come mai? Le voci di impeachment per Trump prendono quota, dopo lo scoop del New York Times sulle pressioni che il presidente avrebbe esercitato sull’ex capo dell’Fbi, James Comey, affinché smettesse di indagare sul cosiddetto Russiagate. Qualche indizio? Tutti i papabili candidati alla successione di Comey alla guida della polizia federale si sono chiamati fuori e Vladimir Putin in persona si è detto pronto a fornire al Congresso le registrazioni dell’incontro tra Donald Trump e il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, per smentire ia comunicazione di notizie di intelligence secretate. Quelle linee che salgono significano una cosa: forse, l’instabilità politica sta connettendosi con le dinamiche di mercato. Il sottostante del quale, sta nelle cifre che vi ho prima elencato. Sicuri che il problema sia la ratio debito/Pil? 

Fonte: qui

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