Privacy Policy “MAZZETTA CAPITALE” E' SOLO ASSOCIAZIONE A DELINQUERE | 9 Dicembre Forconi
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“MAZZETTA CAPITALE” E’ SOLO ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

GiovannI Bianconi per il Corriere della Sera

Non era un’ associazione mafiosa, bensì un’ associazione per delinquere «semplice».

Anzi, due: una più piccola, quella del benzinaio di corso Francia, dedita per lo più alle estorsioni; l’ altra più grande e strutturata, messa in piedi per corrompere la pubblica amministrazione.

Entrambe incarnate da Massimo Carminati, l’ ex estremista nero divenuto criminale comune di peso ma non un boss, evidentemente. Non più Mafia Capitale, insomma, ma Mazzetta Capitale.

massimo carminatiMASSIMO CARMINATI

Un sistema nel quale più dell’ assoggettamento e dell’ intimidazione imposta dalla caratura del bandito con un occhio solo ha inciso la compravendita dei politici esercitata da Salvatore Buzzi, il capo delle cooperative sociali.

Un «mondo di mezzo» diverso da quello disegnato dall’ accusa, che aveva sommato la «riserva di violenza» garantita dagli ex picchiatori degli anni Settanta divenuti malavitosi di strada alla corruzione praticata sistematicamente da imprenditori spregiudicati; la prima metà del sodalizio è caduta, lasciando in piedi la seconda che rientra in un contesto molto più «normale», accettabile e digeribile da una città come Roma.

È il motivo per cui gli imputati esultano, insieme ai loro avvocati, a dispetto di pene molto severe inflitte dalla X sezione del Tribunale di Roma: vent’ anni di carcere per Carminati, 19 per Buzzi e a scendere quasi tutti gli altri (solo 5 dei 46 accusati sono stati assolti), con una scala di responsabilità che dal punto di vista dei ruoli attribuiti ai singoli personaggi sembra seguire l’ impostazione dei pubblici ministeri.

massimo carminatiMASSIMO CARMINATI

Ma la vera posta in gioco era un’ altra: la scommessa di una nuova associazione mafiosa, originale e originaria, autoctona e autonoma, diversa da tutte le altre contestate finora, che da oggi non è più nemmeno presunta. Semplicemente non c’ è, perché così hanno deciso i giudici del Tribunale, dopo che altri giudici l’ avevano invece riconosciuta: il gip che ordinò gli arresti a fine 2014, il tribunale del Riesame che li confermò e persino la Cassazione, che aveva ribadito come non fosse necessario il controllo del territorio né l’ esercizio della violenza; bastava la minaccia, anche implicita, e la corruzione del sistema politico che era da considerarsi l’ arma principale a disposizione di una nuova mafia.

Questo impianto, dopo un anno e mezzo di dibattimento, non ha retto. Il tribunale composto da tre magistrati ha ritenuto (forse a maggioranza, due contro uno, ma sono solo rumors non verificabili che non tolgono nulla al peso della decisione) che la minaccia insita in una personalità dal passato turbolento come quella di Carminati non fosse sufficiente a configurare neanche quel «metodo mafioso» che ormai da tempo ha superato i confini siciliani o calabresi, dove viene praticato da decenni.

Era la sfida della Procura guidata da Giuseppe Pignatone, il magistrato che dopo aver contrastato Cosa nostra e ‘ndrangheta ha applicato (insieme ai suoi aggiunti e sostituti, e ai carabinieri del Ros che molto hanno creduto e investito su questa indagine) quel metodo investigativo e quel reato a questo frammento di criminalità romana che ha aggredito la pubblica amministrazione. Sfida persa.

Resta da capire, e dovranno spiegarlo le motivazioni della sentenza, quale apporto ha portato l’ ex estremista nero all’ associazione corruttiva del rosso Buzzi, se non la «riserva di violenza» negata dai giudici. Nell’ attesa, ci si dividerà tra l’ esultanza di chi ha sempre definito tutta questa costruzione nient’ altro che una fiction a vantaggio di qualche carriera, una «mafia all’ amatriciana» inventata a tavolino per i motivi più disparati, e il rammarico di chi dirà che Roma sconta un ritardo culturale nella lotta al crimine e ha perso un’ occasione storica per impedire che tutto prima o poi si annacqui, finisca sotto la sabbia o si perda nelle nebbie mai completamente diradate.

Divisioni inevitabili di fronte a un’ accusa tanto clamorosa quanto inedita, che ha tenuto banco per quasi tre anni e ha avuto indiscutibili ricadute politiche. Finendo per travolgere le due precedenti giunte comunali e mettendo qualche premessa per l’ avvento di quella nuova (non a caso ieri la sindaca Raggi s’ è presentata in aula per assistere personalmente all’ ultimo atto). Ma è evaporata in meno di un’ ora, il tempo necessario a leggere il dispositivo della decisione; polemiche e letture contrapposte sono garantite.

intervento di gianni alemannoINTERVENTO DI GIANNI ALEMANNO

Tuttavia al di là della sconfitta subita dai pm – parziale e non definitiva, ché le condanne ci sono comunque state e per il resto ci saranno gli altri gradi di giudizio – restano l’ importanza e il merito di un’ inchiesta e di un verdetto che hanno scoperchiato il grande malaffare di Roma.

Con pene molto pesanti che, se da un lato aumentano il valore per l’ assoluzione dall’ accusa di mafia, dall’ altro hanno il sapore del contrappeso confermando la gravità di quanto scoperto: dai 10 anni di carcere inflitti a uno dei principali collaboratori dell’ ex sindaco Alemanno (a sua volta imputato per corruzione in un processo parallelo) ai 6 per l’ ex presidente del Consiglio comunale durante la giunta Marino. Sintomo di un’ infiltrazione criminale, seppure non mafiosa, che non aveva confini politici e ha condizionato l’ amministrazione della Capitale d’ Italia.

Fonte: qui

PARLA IL CAPO DELLA PROCURA PIGNATONE: ‘SI FATICÒ AD ACCETTARE ANCHE COSA NOSTRA, NON È STATO COMPRESO A FONDO IL NOSTRO LAVORO. MA CI SONO ALTRI DUE GRADI DI PROCESSO’. E LA CASSAZIONE IN DUE MOMENTI DELL’INCHIESTA HA RICONOSCIUTO L’ELEMENTO MAFIOSO…’

Grazia Longo per La Stampa

Sorpresa più che delusione. La procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone incassa la parziale sconfitta per il mancato riconoscimento della componente mafiosa, regolata dall’ articolo 416 bis, con la consapevolezza che non è ancora stata scritta l’ ultima parola sulla storia dell’ inchiesta Mafia capitale.

Non solo perché ci sono ancora due gradi di giudizio, ma perché tanti sono i dubbi e gli interrogativi sul verdetto della decima sezione penale del Tribunale di Roma. Al di là delle dichiarazioni tipo «le sentenze si accettano e non si commentano», forte è la sensazione che ci sia stata una sorta di resistenza all’ attività pionieristica sul connubio corruzione e mafia svolta dal pool di Pignatone, composto dagli aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino affiancati dai pm Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli.

E non è la prima volta che succede. Già in passato, nel nostro Paese, si è faticato ad identificare e accettare la mafia come tale. Non a caso il procuratore capo, discutendo ieri con il suo entourage, ha ricordato il primo maxi processo contro Cosa nostra avvenuto a Palermo nell’ 87.

buzzi carminatiBUZZI CARMINATI

«Nonostante ci fossero già state almeno cento vittime per mano della mafia – ha spiegato Pignatone ai suoi collaboratori – l’ organizzazione mafiosa verticistica venne riconosciuta solo grazie alle testimonianze del pentito Tommaso Buscetta». A Roma non possiamo aspettarci pentiti, ma secondo il procuratore «non è stato compreso a fondo il nostro lavoro».

Come non lo fu, peraltro, per la ‘ndrangheta: la legge italiana l’ ha individuata come nemico pericoloso solo nel 2010.

BUZZI CARMINATIBUZZI CARMINATI

Solo sette anni fa la parola ‘ndrangheta venne inserita nell’ articolo 416 bis, dopo una discussione parlamentare.
E anche all’ epoca c’ era di mezzo Giuseppe Pignatone: il Parlamento avviò la discussione dopo che la Commissione nazionale antimafia discusse dell’ emergenza delle cosche calabresi in seguito ai processi e alla battaglia condotta da Pignatone contro le ‘ndrine quando era procuratore capo a Reggio Calabria.

In quella circostanza il suo essere pioniere, ricercatore di una strategia giurisprudenziale che facesse scuola ricevette il placet. Stavolta no. Il Tribunale di Roma ha ridimensionato il 416 bis, derubricandolo a semplice 416, l’ associazione per delinquere.

E allora s’ impone un dubbio.

Perché il Tribunale di Roma ha ignorato la Cassazione che, chiamata ad intervenire due volte sul caso Mafia capitale (prima al Riesame e durante un procedimento minore poi), ne aveva ammesso la natura di stampo mafioso? La Cassazione ha sancito che Massimo Carminati & soci erano temuti sul territorio per la loro «riserva di violenza». Nel senso che non c’ era bisogno di spari di lupara per intimidire gli imprenditori che per ottenere appalti dovevano sottostare ai diktat di Salvatore Buzzi e compagni.

Bastava quella «riserva di violenza», quel bagaglio criminale portato in dote da Carminati quando si è messo in società con Buzzi. Ieri il Tribunale ha cancellato questa tesi. In caso contrario si sarebbero spalancate le porte per la creazione di un precedente giuridico non di poco conto. Soprattutto considerando che in Italia, dal Nord al Sud, la corruzione si estende a macchia di leopardo.

L'ARRESTO DI TOMMASO BUSCETTA IN BRASILE NEL 1983
L’ARRESTO DI TOMMASO BUSCETTA IN BRASILE NEL 1983
Tanti gli episodi corruttivi che si incrociano con un modus operandi mafioso. Il consolidamento di Mafia capitale avrebbe costituito un precedente non trascurabile.

L’ ultimo capitolo, comunque, non è ancora stato messo a punto. La procura di Roma, una volta lette e valutate le motivazioni della sentenza di primo grado, ricorrerà in appello. E successivamente, qualora fosse necessario, in Cassazione. Tanto più che ogni volta che si parla di mafia la strada è sempre lunga e impervia. Il reato mafioso è stato introdotto solo nel 1982 e solo nel marzo 1992, poco prima delle stragi contro Falcone e Borsellino, la Cassazione definì Cosa nostra come una cupola, unitaria e verticistica.

Fonte: qui