Napoli, grave al pronto soccorso: aspetta 4 ore e poi muore perchè manca l’infermiere

NAPOLI – Antonio Scafuri un ragazzo di 23 anni di Torre del Greco è morto nella rianimazione del Loreto mare alle 11 del mattino del 17 agosto dopo una via crucis durata l’intera notte. Lunghe ore di un incubo iniziato alle ore 21,46 del 16 agosto, quando il ragazzo giunge in condizioni critiche al pronto soccorso dell’ospedale di Via Vespucci dopo una prima tappa al presidio di Boscotrecase, dove invece è ancora ricoverato un amico che era con lui in moto.

Il giovane in serata era rimasto vittima di un grave incidente a Ercolano, a pochi passi da villa Campolieto. Il primario del pronto soccorso Alfredo Pietroluongo, all’esito tragico della vicenda, scrive alla direzione sanitaria e oltre a far riferimento a «comportamenti di irresponsabilità nei confronti del paziente», in chiusura della nota chiede «ove mai si dovesse ravvisare una condotta omissiva e pericolosa, di intervenire per attivare eventuali sanzioni e se presenti omissioni perseguibili legalmente di denunciarle alle autorità competenti».

I FATTI
«Me l’hanno ucciso. Mio figlio era un leone e l’ho perso a causa della totale negligenza dei medici che l’avrebbero invece dovuto curare. Voglio la verità, soltanto la verità su quanto accaduto. E per questa verità combatterò ogni giorno della mia vita». Non riesce a darsi pace Raffaele Scafuri, il padre di Antonio, il ragazzo morto dopo essere rimasto vittima del grave incidente stradale. Fratture multiple al bacino e al femore e un’emoglobina in discesa, che depone per una grave emorragia, la diagnosi di ingresso al Loreto ottenuta dopo le prime indagini radiologiche. In quella maledetta sera di turno in pronto soccorso c’è il primario dell’emergenza Alfredo Pietrolongo, un internista, cardiologo. Le prime cure vengono prestate dal suo aiuto, il dottor Capuano. Ma c’è bisogno del chirurgo vascolare. Il ragazzo viene quindi preso in carico all’1,04 dal reparto di chirurgia, ma il letto del giovane resta comunque in pronto soccorso. Quindi il buio, le attese, i dubbi, gli scontri tra medici, il palleggio di responsabilità. Gli infermieri che non trovano l’accordo tra chi debba accompagnare il ragazzo al Vecchio pellegrini dove è possibile fare un’arteriografia capace di individuare l’emorragia occulta che ha evidentemente colpito qualche arteria del bacino. Ma non si riesce a capire quale. Quattro sacche di sangue trasfuse d’urgenza al giovane non rimettono in sesto i parametri vitali. Il primario Pietroluongo fa presente al collega di guardia della Chirurgia che occorre fare presto. Ma ognuno ha il suo ambito di responsabilità e non sono accettate intromissioni.

«All’1,45 scrive Pietroluongo in una nota indirizzata alla direzione sanitaria sono venuto a conoscenza del fatto che il paziente era in attesa da circa due ore di essere trasferito al Pellegrini per l’angiotac. Ma non vi era accordo su quale infermiere dovesse accompagnare il paziente».

Quindi le telefonate tra Pietroluongo e l’ispettore sanitario che in questo periodo di ferie regge l’organizzazione dell’ospedale. Si decide che un infermiere della sala operatoria sia trasferito in chirurgia e da qui parta un altro camice bianco. Passa altro tempo. Alle 3,30 circa il padre del ragazzo scrive ancora Pietroluongo in lacrime implora di fare presto. Pietroluongo allora prende una decisione e dispone che un suo infermiere parta subito con l’ambulanza e un medico chirurgo. Non arriva invece il rianimatore.

L’arrivo al Vecchio Pellegrini non cambia però la situazione: neppure l’arteriografia riesce a scovare l’emorragia.
Il paziente torna alle 8 del mattino al Loreto mare (anche questa volta senza rianimatore), ma finalmente va in rianimazione, dove però muore dopo qualche ora.

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