Privacy Policy Nucleare: la Francia è cauta sullo spegnimento dei reattori | 9 Dicembre Forconi
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Nucleare: la Francia è cauta sullo spegnimento dei reattori

nucleare francese

Foto di AFP / KENZO TRIBOUILLARD

Il nuovo ministro all’energia e famoso ecologista dichiara: “Chiuderemo entro il 2050 un certo numero di reattori ma è ancora presto per dire quanti”

(Rinnovabili.it) – Il governo francese sta mettendo a punto un piano con cui accompagnare alla dismissione i primi reattori del suo parco nucleare.  È quanto fa sapere il nuovo ministro dell’ambiente e dell’energia Nicolas Hulot parlando al margine del G7 di Bologna. Il vertice ambientale è apparso fin da subito fiacco e inconcludente (il segretario statunitense Pruitt ha abbandonato l‘incontro dopo neppure 12 ore) e le dichiarazioni dei presenti si sono velocemente adeguate al clima generale: vaghe e inconsistenti.

Quando il nuovo presidente francese Emmanuel Macron aveva scelto il regista ed ecologista Hulot come capo del dicastero energetico, si erano manifestate le prime preoccupazioni del settore in virtù della lunga battaglia tra attivisti e nucleare. Al punto da far cadere il titolo in Borsa di Edf, il colosso dell’energia francese. A nulla sembrerebbero valse le parole di Jean-Bernard Lévy numero uno della società nel corso dell’assemblea generale degli azionisti: “Si tratta di uno zoccolo indispensabile della produzione, ancora per dei decenni”.

Va detto però, che l’attuale programma riduzione del nucleare francese non ha subito alcuna modifica rispetto a quanto proposto dall’ex presidente François Hollande nel 2013: un taglio nella produzione per portare la quota “atomica” al 50 per cento rispetto all’attuale 75 per cento, entro il 2025.

Al contrario, le ultime voci di corridoio sostengono che la Francia potrebbe addirittura allungare i tempi. Le dichiarazioni dello stesso ministro sono assolutamente vaghe: “Chiuderemo alcuni reattori nucleari e non sarà di certo una mossa simbolica […] ma è ancora presto per dire quanti”. La decisione, ha aggiunto il ministro “sarà presa in base a tre criteri: sicurezza, aspetti sociali e aspetti economici”.

Le prime due questioni da affrontare, escludendo dall’equazione il tema dei lavoratori, riguardano la vecchia centrale di Fessenheim, e i nuovi reattori EPR di Flamvianville. Sul primo punto Hulot ha confermato lo stop definitivo ma rimandando ogni decisione ufficiale al prossimo anno. Sul secondo punto, l’Autorità per la sicurezza nucleare (Asn) avrebbe trasmesso ad Edf un parere rassicurante sull’integrità del serbatoio del reattore e, costi permettendo, l’accensione è programmata per il 2020.

Il blackout mancato che «accende» le bollette

(Ap)
(Ap)

In gennaio l’Italia ha sfiorato il blackout energetico. Il sistema dell’energia — elettricità e gas — è arrivato al limite reale della capacità. Se fosse accaduta una sciocchezza qualunque, un’avaria che avesse fatto starnutire una centrale elettrica o un vento d’aria surgelata dalla Siberia per far fibrillare i termostati dei termosifoni, l’Italia si sarebbe spenta nel buio e nel silenzio del gelo invernale. Non è vero che «il gasdotto Tap non serve», non è vero che sono inutili i progetti degli stoccaggi di gas di Cornigliano Laudense e di Bordolano, e non è vero che «nuovi giacimenti non ci servono». Tra poche settimane gli italiani pagheranno sulle bollette le contromisure adottate a bassa voce in gennaio per rimediare alla crisi.

Quanto costerà a noi italiani il lusso di non volere giacimenti, gasdotti, stoccaggi e altre infrastrutture? È troppo presto per saperlo, ma lo scopriremo il 1° di luglio quando l’Autorità dell’energia aggiornerà le tariffe di luce e gas.

Non siamo soli. Anche in Francia si stanno domandando se le infrastrutture basteranno per affrontare l’inverno venturo. Si chiedeva l’altro giorno il quotidiano parigino «Le Figaro»: «Y aura-t-il du gaz à Noël? La question peut sembler provocante, surtout à l’approche de l’été», domandarsi se ci sarà abbastanza gas a Natale non è una provocazione all’avvicinarsi dell’estate. Le due società che gestiscono i gasdotti francesi, la Tigf e la Grt Gaz, sono ancora scosse dalla crisi estrema di gennaio.

Che cos’era accaduto, dunque, sei mesi fa?

Ondata di freddo, centrali ferme

Ai primi di gennaio in tutta Europa ci furono alcune settimane di freddo imprevisto. Fu un freddo molto particolare per intensità, circa 5 gradi meno del solito, ma era fuori scala soprattutto la sua durata. In quei giorni la domanda europea di metano era altissima.

Nel frattempo gran parte delle centrali atomiche francesi erano ferme per controlli di sicurezza. Erano state scoperte lesioni all’acciaio dei reattori e si doveva controllare con urgenza se il problema fosse comune a tutti gli impianti, i quali vennero così fermati.

La Francia, spente decine di centrali atomiche, in gennaio aveva smesso di esportare elettricità in tutt’Europa e cominciò a bruciare metano nelle centrali convenzionali.

Così, senza l’import di chilowattora francesi, in tutta Europa è stato schiacciato di più l’acceleratore delle centrali elettriche, molte delle quali funzionano bruciando metano. L’Italia, in particolare, è un Paese che usa soprattutto il gas.

La somma di freddo polare e di nucleare spento aveva reso insufficiente il gas in tutta Europa.

Il 9 gennaio in Italia come in altri Paesi scattò l’emergenza gas di livello 2 (i livelli sono tre). Prevede il ricorso massimo alle importazioni di metano e agli stoccaggi di gas e l’avviamento delle centrali che usano combustibili diversi dal metano.

Per esempio l’Enel fu costretta a riaccendere la centrale Enel a carbone a Bastardo, in Umbria, che era in spegnimento e smantellamento. L’emergenza gas fu dichiarata chiusa in Italia dopo tre settimane, il 1° febbraio. Il momento di maggior rischio energetico fu tra il 9 e il 12 gennaio.

La domanda italiana media di metano in quei giorni era pari a 426 milioni di metri cubi al giorno. Ricordare la cifra: 426 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Giacimenti sfruttati al massimo

Fu potenziata al massimo l’estrazione dai vecchi e spompati giacimenti nazionali che nei decenni scorsi avevano dato all’Italia il primato del metano (quei giacimenti che, dicono alcuni, «non ci servono e devastano il nostro bel territorio vocato al turismo culturale e all’agricoltura di qualità»). Cioè si arrivò a estrarre al massimo 16 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Fu potenziata al massimo l’importazione di metano liquido via nave dai tre rigassificatori italiani, importazione che raggiunse i 22 milioni di metri cubi al giorno medio. Di più non era possibile perché i carichi delle navi gasiere vanno prenotati con mesi di anticipo.

Fu potenziato al massimo il prelievo di metano dagli stoccaggi di metano, i vecchi giacimenti vuoti che vengono riutilizzati come magazzini naturali nel sottosuolo. Sfruttati al massimo, in tutto gli stoccaggi diedero appena 139 milioni di metri cubi medi al giorno. Se la Regione Lombardia non avesse messo impedimenti di ogni tipo, sarebbero già stati pienamente operativi impianti come quello che Alberto Bitetto della Ital Gas Storage sta completando fra mille ostacoli burocratici nel Lodigiano.

Fu potenziato al massimo l’import dai gasdotti, import che arrivò a 249 milioni di metri cubi al giorno sui 426 di fabbisogno.

Di più non si riusciva a importarne. I tubi che portano il metano dall’Africa settentrionale erano ad appena il 55% della capacità di trasporto, solamente 78 milioni di metri cubi di gas al giorno, perché i contratti d’acquisto con i venditori proprietari di giacimenti vanno negoziati con mesi di anticipo.

Totale del fabbisogno: 426 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Totale della disponibilità spremendo fino allo spasimo il sistema energetico: 426 milioni di metri cubi di gas al giorno.

All’Enel era stato vietato di spegnere e smantellare la centrale a carbone di Bastardo e fu fatto ricorso quanto più possibile al carbone, con un danno per la qualità dell’aria, i polmoni degli italiani e le emissioni di anidride carbonica.

Primarie società energetiche cercavano disperatamente a qualsiasi prezzo partite disponibili di gas per rifornire i clienti. E alla borsa italiana del metano all’ingrosso, che si chiama Psv, in quei giorni il gas costava più del 40% rispetto alle settimane precedenti e alle settimane successive.

Quel rincaro del 40% entra nel prezzo del gas ma anche nella tariffa del chilowattora, il quale si produce con il metano.

Se avessimo avuto il Tap, se fosse stato possibile sfruttare i giacimenti di cui l’Italia è ricchissima, se avessimo avuto i nuovi stoccaggi, ebbene, non sarebbe stato necessario inquinare con tonnellate su tonnellate di carbone.

E le bollette che pagheremo quest’estate sarebbero state meno pesanti.

Fonte: qui