Privacy Policy Patrimoniale made in Bundesbank? Proposta irricevibile | 9 Dicembre Forconi
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Patrimoniale made in Bundesbank? Proposta irricevibile

Il capo economista della Bundesbank Karsten Wendorff rilancia il progetto della patrimoniale in Italia. Un tema che la banca centrale tedesca indica spesso come soluzione finale per sistemare la nostra finanza pubblica. Wendorff, che dice di parlare a titolo personale, propone una variante sotto forma di consolidamento di una parte del nostro debito pubblico attraverso l’emissione di “titoli di solidarietà” alimentati con il 20% del patrimonio netto degli italiani.

Una proposta che trovo assurda e impraticabile. Intanto solo parlarne accresce la fuga di capitali perché qualunque operazione forzosa determina preoccupazione e danni. Inoltre, da quello che capisco, il consolidamento del debito sarebbe parziale sia nell’ammontare (Wendorff parla di metà del debito pubblico italiano) sia nel tempo: tre anni o cinque in caso dei default. Prima o poi però i “titoli di solidarietà”, andrebbero rimborsati e quindi il problema viene solo spostato nel tempo.

Ma queste sono solo indicazioni di metodo. Ben più penetranti, a mio parere, sono le considerazioni di merito che rendono la proposta della Bundesbank irricevibile. Wendorff parla genericamente di patrimonio netto degli italiani. Da questa definizione, però, bisogna togliere gli immobili. Impensabile un prelievo forzoso del 20% sul mattone a meno di non volere le piazze invase di forconi.

Dunque bisogna concentrarsi sulla ricchezza finanziaria che, secondo i calcoli di Banca d’Italia ammonta a 3.800 miliardi. Il 20% in titoli di solidarietà equivalgono a 760 miliardi.

Dove prenderli?

Duecentottanta miliardi potrebbero arrivare drenando i conti correnti che ammontano a oltre 1400 miliardi (fonte: Abi Monthly Outlook di ottobre 2018, n.d.R.). Ma le banche private come reagirebbero? Restano 480 miliardi che andrebbero prelevati dal portafoglio titoli: obbligazioni italiane ed estere, BTp, azioni e via elencando.

Ma qualcuno ha idea di quello che succederebbe sul mercato a fronte di una ondata di vendite così massiccia?

Le quotazioni crollerebbero di colpo e si provocherebbe un gigantesco panic selling.

Mi domando sempre: ma questi super-esperti, prima di parlare o scrivere, provano mai a confrontarsi con la realtà?

Dal IlSole24Ore

(*) Imprenditore e immobiliarista, Preatoni è stato il fondatore di Domina e l’inventore di Sharm El Sheik, sul Mar Rosso. Ha investimenti anche in Russia e nei Paesi Baltici. È autore di numerosi libri

SCONTRO UE-ITALIA/ Bruxelles vuole la mega-patrimoniale per ripagare il debito

Oggi riaprono le contrattazioni dopo il giudizio di Standard & Poor’s sull’Italia. In realt, tuttavia, il nostro paese è di fatto sotto ricatto della politica più che dei mercati

Pierre Moscovici, commissario agli Affari europei e la risposta italiana ….

Quello che era stato indicato come “il giorno del giudizio” è passato, ma Standard & Poor’s non ha declassato l’Italia come si pensava, pur avendo cambiando da stabile a negativo il suo outlook. Alla riapertura dei mercati è improbabile vedere particolari effetti negativi sui Btp. Tuttavia, “chi specula o meglio chi scappa dai titoli italiani, lo fa perché sa che il vero rischio risiede nella divergenza dagli accordi europei e nella confrontation continua con i leaders di Bruxelles e Francoforte”, ci dice Chris Foster, esperto di mercati finanziari, che in questa intervista ci spiega anche quale sia la vera misura che le istituzioni europee vogliono dall’Italia.

Rispetto alla sua precedente intervista, in cui aveva spiegato perché non comprerebbe Btp, la situazione non è migliorata, tuttavia nemmeno i giudizi delle agenzie di rating sembrano aver dato il via al sell-off, all’attacco visto nel 2011… Si sta aspettando il momento propizio della fine del Qe?

La fine del Qe non è un precipizio, visto che già ora i mercati la scontano. Il Qe ha obiettivi di politica monetaria e non è concepito per prevenire attacchi speculativi di credito o impedirli nel caso dei paesi deboli come l’Italia. Ciò che ha aiutato l’Italia e verrà a mancare è la certezza di un flusso di acquisti costanti e rilevanti nel tempo. Sapendo che c’è un “natural buyer” sul mercato, la Bce, la scommessa al ribasso è meno interessante, ma non impossibile. Senza Qe mancherà una rete naturale di protezione, ma non c’è un abisso dietro l’angolo.

Proviamo a immaginare uno scenario estremo simile a quello del 2011-2012: di fronte alla fiammata dello spread arriva un Governo “tecnico” o “di responsabilità”, e viene varata una manovra che accontenta l’Europa: potremmo poi dire che il problema europeo è risolto? Gli “speculatori” non avrebbero comunque un’occasione ravvicinata (le elezioni di maggio) per scommettere sulla fine del progetto europeo?

Io credo che un rating di BBB come appena affermato da Standard & Poor’s già rappresenti negativamente molti scenari possibili, incluse elezioni europee che ribaltano alcuni equilibri preesistenti in Europa. A pochi interessa davvero la sostenibilità finanziaria del debito su 10-15 anni. Chi specula o meglio chi scappa dai titoli italiani, lo fa perché sa che il vero rischio risiede nella divergenza dagli accordi europei e nella “confrontation” continua con i leaders di Bruxelles e Francoforte. Con la conseguenza che un Paese come l’Italia è di fatto sotto ricatto della politica oltre che dei mercati.

Sarebbe a dire?

I mercati reagiscono in modo strutturale ai problemi di seria divergenza da standard europei, non alle dichiarazioni quotidiane del governo italiano, le quali generano soprattutto confusione per la loro sconcertante banalità, incongruenza e superficialità. Quindi agli investitori interessa soprattutto come Bruxelles e Bce reagiscono alle sparate italiane. A scanso di equivoci, preferirei ribadire: la speculazione nel caso italiano è in buona parte amplificata dal caos comunicativo del governo e dall’assoluta assenza di basi economiche di ogni affermazione dei due leader della coalizione. Inoltre la fuga dai Btp di investitori stranieri e non, che vedono un avvicinamento del “non investment grade” (cioè un gradino sotto BBB-) è definibile speculazione o è frutto di una strategia di miglioramento del proprio portafoglio? Forse non tutti i venditori “speculano”. Comprereste le obbligazioni di un’azienda che ha un executive committee composto dai membri del governo italiano e con un regulator del proprio business tanto ostile quanto la Commissione europea? Anche una azienda sanissima verrebbe penalizzata da tale situazione.

Cosa succederebbe sui mercati se si arrivasse a un accordo tra questo Governo e l’Europa o se invece non si arrivasse a tale accordo?

I Btp oggi vengono trattati come un prodotto di credito e non come “risk free sovereign”. Ogni forma di accordo anche al ribasso alleggerirebbe la pressione che oggi si traduce in tassi eccessivi rispetto a paesi come Francia e Spagna. Vorrebbe dire un calo dello spread molto importante, verso 200 punti base. Unico vero caveat: ci sono elevatissime probabilità che la crescita globale per l’anno prossimo sia largamente sovrastimata. Bisognerà fare i conti anche con quello, altro che  giocare a sovrastimare il già minuscolo impatto del reddito di cittadinanza.

Abbiamo già passato quello che potremmo definire il punto di non ritorno, per cui è impossibile pensare che la situazione sui mercati possa tornare come prima con un’eventuale “retromarcia” del Governo sulla manovra?

Come dicevo, è una questione politica. Non so quanto Bruxelles sia intenzionata ad abbassare i toni. Qualche decimale di riduzione della componente strutturale del debito non cambia nulla di fondamentale. Aiuterebbe di sicuro però anche il solo “signalling effect”, cioè il messaggio che non c’è intenzione da nessuna delle due parti di andare in fondo alla partita di poker. Se Bruxelles manda un messaggio di pacificazione, si dimenticherà in fretta il 2,4 o il 2,7% di deficit/Pil, con calo di volatilità almeno per molti mesi.

“L’Italia non vuole uscire dall’euro”, dicono gli esponenti del Governo italiano. Quanto può essere ritenuta credibile questa affermazione dagli investitori e quanto potrebbe invece essere plausibile il fatto che siano altri paesi a non voler più condividere la moneta unica con un Paese “ribelle” come l’Italia?

Per quello che vedo della politica italiana, nessun leader è al momento in grado di traghettare l’Italia fuori dall’Euro senza passare attraverso un default disastroso. E l’Italia ha troppa net wealth per “giocare” su questi temi. Lo avrebbe potuto fare la Grecia che non aveva nulla da perdere e non lo ha fatto, figuriamoci l’Italia. Credo che l’elettorato medio di Salvini non accetterà di rischiare di bruciare tre generazioni di risparmi e benessere, mentre l’elettorato medio di M5s potrebbe avere qualche incentivo in più and andare fino alla fine del bluff pokeristico con l’Ue. Per questo non credo che questo governo possa gestire una vera crisi senza crollare sui temi chiave.

Ormai di fatto è la Bce il vero soggetto europeo che viene ascoltato sui mercati. Quanto sarà importante – e che conseguenze potrebbe avere – la corsa alla successione di Draghi?

Beh, si ascolta soprattutto la Bce anche perché da Berlino risuonano solo messaggi confusi e non coordinati. Hanno molti problemi interni e la Merkel è scomparsa da questo dibattito. Riguardo alla leadership della Bce, il flusso di rumors, speculazioni politiche e commenti inappropriati genererà volatilità sui mercati con l’Italia al centro del problema, ma in realtà chiunque prenda il posto di Draghi non avrà come obiettivo quello di affondare l’Italia. Magari di metterla in condizioni di maggiore vulnerabilità per non correre il rischio che le politiche dell’attuale governo possano raccogliere troppi consensi interni e nella Ue. Meglio segnalare quindi ai paesi membri che ogni avventura politica “non conforme” alle linee guida politiche e economiche non può che finire nella crisi e nella distruzione di ricchezza.

Dovendo essere specifici, che misura concreta vogliono ottenere le istituzioni Ue dall’Italia se, come lei dice, qualche decimale sulla manovra di fatto è irrilevante?

Sempre il solito tema caro ai tedeschi: una mega patrimoniale one-off e una struttura fiscale con forte e stabile tassazione della ricchezza e tassa di successione. Il tema che ricorrerà sarà ancora quello: ridurre drasticamente il debito. E i soldi per ridurre il debito italiano sono già in Italia, non a Francoforte. I soldi per ripagare il debito italiano sono già in Italia, non a Francoforte.

(Lorenzo Torrisi)

Fonte: qui

La verità sul Qe: ha aiutato Germania e Francia, penalizzando l’Italia

Gli acquisti dei titoli, effettuati a favore di banche private italiane di proprietà estera, hanno prodotto un trasferimento all’estero degli utili che ne sono derivati.

Mario Draghi (LaPresse)Mario Draghi (LaPresse)

Il Quantitative easing (Qe) rappresenta una forma di emissione di moneta aggiuntiva sul mercato dei capitali da parte di una Banca centrale. Nel caso europeo, essendo l’euro un mezzo di scambio che può essere emesso soltanto concedendolo in prestito e che alcuni Paesi aderenti si sono trovati nell’impossibilità di ricorrere, per il tramite di proprie banche, ai finanziamenti concessi dalla Bce, il Qe è stato introdotto per rendere conveniente la cessione dei titoli in portafoglio delle banche commerciali alla Bce. Questa ha deciso di acquistare i titoli innalzando la domanda, e quindi il prezzo sul mercato secondario, rendendo conveniente alle banche cedenti il riacquisto sul mercato primario, dove non possono operare le banche centrali, sapendo che questa avrebbe comunque continuato a effettuare acquisti.

In questo modo le banche aderenti hanno lucrato sulla differenza tra quanto incassato dalla vendita dei titoli in portafoglio alla Bce e il prezzo di acquisto sul mercato primario di nuovi titoli. Così è stata originata una domanda aggiuntiva di titoli di Stato di importo superiore a quello ceduto e pari al differenziale economico tra le cessioni e i nuovi acquisti.

In queste operazioni bisogna tener presente che il Quantitative easing ha previsto che gli acquisti di titoli sono stati autorizzati dalla Bce differenziandoli tra i Paesi aderenti all’euro in proporzione alla partecipazione al suo capitale.

Ne conseguono diversi effetti non equitativi:

1) i Paesi forti e quelli con una maggiore partecipazione al capitale della Bce (Germania e Francia, ma anche quelli con pochi titoli sul mercato, cioè i cui governi sono relativamente meno indebitati) ricavano i maggiori benefici dalle politiche di creazione monetaria attraverso il Qe;

2) la Grecia e l’Italia sono gli Stati maggiormente penalizzati; la prima perché, avendo ricevuto un rating da società private inferiore a quello che consente l’intervento della Bce, non si è trovata nelle condizioni di vedersi acquistare i propri titoli; la seconda perché, pur vedendosi acquistare i titoli, questi acquisti sono stati effettuati a favore di banche private italiane di proprietà estera, il che comporta il trasferimento all’estero degli utili derivanti da queste operazioni.

Occorre esplicitare, sul primo punto, che Germania e Francia conseguono un arricchimento dalla politica di Qe, perché i titoli acquistati dalla rispettiva Banca centrale e dalla Bce hanno un rendimento negativo, cioè trasferiscono ricchezza dal sistema europeo delle Banche centrali alle banche commerciali private o pubbliche nazionali (sia la Germania sia la Francia hanno conservato banche pubbliche); invece l’Italia, pur beneficiando di un ridimensionamento dei tassi d’interesse ed essendo il sistema bancario italiano privato e di proprietà estera (come in mano estera è anche la maggioranza del capitale della Banca d’Italia), il pagamento degli interessi determina un impoverimento a favore dell’estero.

Questa circostanza è abbastanza intuitiva, se si considera che lo stock di debiti acquistato nei Paesi forti è relativamente superiore a quello acquistato nei Paesi a più elevato indebitamento rispetto al Pil, e perciò gli acquisti nei primi, per essere effettuati, conducono a pagare molto più di quanto si riceverà a scadenza tra interessi e capitale; queste operazioni in perdita sono, perciò, giustificate solo dalla circostanza che bisogna tramutare la deflazione in inflazione, originando da parte della Bce una sorta di spendita di denaro in termini di mancati interessi percepiti a favore delle banche cedenti degli Stati ricchi, ma anche una perdita di valore del capitale liquido posseduto da parte dei cittadini europei (passaggio dalla deflazione all’inflazione).

Infine una notazione: negli anni del Qe è stato registrato che la Banca d’Italia, acquistando titoli di Stato italiani da banche commerciali private di proprietà estera ha fornito alle stesse risorse finanziarie superiori a quelle che avrebbe sborsato per comprarle sul mercato e queste risorse sono state investite non all’interno del circuito finanziario nazionale, facendo peggiorare il saldo Target 2 dell’Italia (247 miliardi di euro da febbraio 2015 ad aprile 2017); siccome questo è radicato in Germania, questa ne diventa la principale beneficiaria.

Fonte: qui