Petroliere in fiamme nel golfo dell’Oman, gli Usa accusano l’Iran

I due tanker, uno norvegese e l’altro giapponese, sono stati obiettivo di un attacco di origine ancora ignota. Gli equipaggi sono stati evacuati

Due petroliere in fiamme e operazioni di salvataggio per decine di membri dell’equipaggio a bordo, che sono stati evacuati. È questo lo scenario che si è profilato nel Golfo di Oman, dove due tanker – uno norvegese e l’altro giapponese – sono stati obiettivo di un attacco di origine ancora ignota.

La regione, vicino allo strategico Stretto di Hormuz attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, è già al centro delle tensioni per la crisi fra Stati Uniti e Iran.

L’episodio ha fatto schizzare in alto i prezzi del greggio.

E giunge circa un mese dopo i sabotaggi a quattro navi, tre delle quali petroliere, al largo degli Emirati Arabi Uniti, incidente per il quale gli Usa avevano puntato il dito contro Teheran.

Le navi coinvolte

Le navi coinvolte sono la norvegese Front Altair di proprietà della società Frontline, battente bandiera delle isole Marshall, che secondo l’agenzia Irna trasportava un carico di etanolo dal Qatar a Taiwan e la Kokuka Courageous della società giapponese Kokuka Sangyo, battente bandiera di Panama, che trasportava metanolo da Singapore all’Arabia Saudita.

Nessuna rivendicazione

Natura e responsabilità dei presunti attacchi non sono note: pare che le esplosioni a bordo, e le fiamme, siano dovute a non meglio precisati attacchi. Un portavoce del raffinatore di petrolio di Stato di Taiwan CPC Corp, Wu I-fang, che aveva noleggiato la Front Altair, ha fatto sapere che “sospetta sia stata colpita da un siluro”, ma questa notizia non risulta confermata. Altre notizie non verificate parlano di un attacco con mine.

Teheran: “Incidenti sospetti”

Teheran ha espresso la sua “preoccupazione” per degli incidenti che ha definito “sospetti”. I fatti sono giunti mentre il premier giapponese Shinzo Abe sta effettuando una visita storica in Iran per provare ad allentare la tensione fra la Repubblica islamica e gli Usa, una tempistica che per il ministro degli Esteri iraniano Javaz Zarif è, appunto, sospetta: “Gli attacchi di cui è stato riferito a petroliere legate al Giappone sono avvenuti mentre il primo ministro giapponese Shinzo Abe stava incontrando l’ayatollah Khamenei per colloqui estesi e amichevoli. Definirli sospetti non basta a descrivere ciò che probabilmente è successo stamattina. Il dialogo regionale proposto dall’Iran è imperativo”, ha scritto su Twitter. “Un tanker che portava beni legati al Giappone è stato attaccato”, ha sottolineato dal canto suo il ministro dell’Economia del Giappone, Hiroshige Seko.

Ma Pompeo accusa l’Iran

Ma il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha accusato proprio l’Iran dello “sfacciato assalto” alle due petroliere, inquadrando l’incidente come parte di una più ampia campagna di Teheran e dei suoi “surrogati” contro gli Stati Uniti e i loro alleati. “Considerati nel loro insieme, questi attacchi non provocati rappresentano una chiara minaccia per la pace e la sicurezza internazionali, un palese attacco alla libertà di navigazione e una campagna inaccettabile di crescente tensione da parte dell’Iran”, ha detto Pompeo, condannando “l’attacco contro civili innocenti”. “L’Iran dovrebbe incontrare la diplomazia con la diplomazia, non con il terrore, spargimento di sangue e estorsione. Gli Stati Uniti difenderanno le sue forze, i suoi interessi e staranno con i loro partner e alleati per salvaguardare il commercio globale e la stabilità regionale”ha detto Pompeo, aggiungendo che Washington avrebbe sollevato le sue preoccupazioni al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel corso della giornata. Un alto funzionario iraniano aveva detto in precedenza alla Bbc che “l’Iran non ha alcun collegamento con l’incidente”.

Il salvataggio

Non è chiaro neanche chi abbia proceduto ai salvataggi: da una parte gli Usa riferiscono di avere ricevuto delle richieste di soccorso e di avere dispiegato sul posto il cacciatorpediniere USS Bainbridge; dall’altra l’Iran sostiene di avere messo in salvo tutti i membri dell’equipaggio.  La Quinta flotta Usa, basata in Bahrain, ha fatto sapere di avere ricevuto due “richieste di soccorso” giovedì mattina presto dalle petroliere nel Golfo di Oman, che riferivano di essere state obiettivo di un “attacco”. Le chiamate sono giunte a distanza di poco tempo l’una dall’altra: la prima alle 6.12 ora locale e la seconda alle 7.  L’Iran, dal canto suo, ha riferito di avere messo in salvo le 23 persone a bordo della prima e le 21 a bordo della seconda.

Tokyo: le navi “sono state attaccate”

I fatti giungono mentre il premier giapponese Shinzo Abe sta effettuando una visita storica in Iran per provare ad allentare la tensione fra la Repubblica islamica e gli Usa, una tempistica che per il ministro degli Esteri iraniano Javaz Zarif è appunto sospetta: “Gli attacchi di cui è stato riferito a petroliere legate al Giappone sono avvenuti mentre il primo ministro giapponese Shinzo Abe stava incontrando l’ayatollah Khamenei per colloqui estesi e amichevoli.  Definirli sospetti non basta a descrivere ciò che probabilmente è successo stamattina. Il dialogo regionale proposto dall’Iran è imperativo”, ha scritto su Twitter.  “Un tanker che portava beni legati al Giappone è stato attaccato”, ha sottolineato dal canto suo il ministro dell’Economia del Giappone, Hiroshige Seko.

Onu, ieri sera Consiglio di sicurezza

Il mondo “non può permettersi un conflitto generale nel Golfo”. Lo ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, il quale ha condannato fermamente quelli che ha definito “incidenti di sicurezza”. Su richiesta degli Usa è stata organizzata per questa sera una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza Onu, che si terrà però a porte chiuse.

Ue: evitare escalation

L’Ue chiede di evitare l’escalation nella regione: “il nostro appello continua a essere per la massima moderazione e per evitare qualunque provocazione”, ha riferito la portavoce dell’Alta rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini.

Tensioni crescenti

Gli attacchi giungono sullo sfondo delle tensioni crescenti fra Iran e Usa in relazione al nucleare iraniano. L’anno scorso Washington ha lasciato unilateralmente l’accordo del 2015 sul nucleare raggiunto a Vienna e ha poi ristabilito e rafforzato le tensioni contro la Repubblica islamica. Ricevendo il premier giapponese, l’ayatollah Khamenei ha respinto ogni ipotesi di dialogo con Donald Trump, affermando che “non merita che scambiamo dei messaggi con lui”.  Il 12 maggio scorso quattro navi – due saudite, una emiratina e una norvegese – tre delle quali petroliere, erano state danneggiate da atti di sabotaggio per i quali Arabia Saudita e Stati Uniti avevano attribuito la responsabilità all’Iran.

Fonte: rainews.it

L’IRAN USA IL METODO TRUMP: PRIMA BOMBARDO LE PETROLIERE, POI MI SIEDO AL TAVOLO: ”È UN’OPERAZIONE AMERICANA, GLI USA SONO UNA MINACCIA PER LA STABILITÀ, MA L’ACCORDO SUL NUCLEARE HA DIMOSTRATO CHE SE C’È UNA VOLONTÀ POLITICA POSSIAMO RISOLVERE I PROBLEMI”, DICE ROHANI

USA, IRAN, GIAPPONE, RUSSIA: RIMPALLO DI RESPONSABILITÀ. MA L’ARMATORE NIPPONICO DICE: ”HO VISTO UN’UNITÀ IRANIANA” CHE RIMUOVEVA UNA MINA DALLO SCAFO…

IRAN: ROHANI, GLI USA UNA MINACCIA PER LA STABILITÀUNITA IRANIANE RIMUOVONO LA MINA DALLO SCAFO DELLA PETROLIERA COLPITA

 (ANSA) – “Nella regione in cui si trova l’Iran ci sono numerose crisi che mettono in pericolo e distruggono le infrastrutture dei Paesi. D’altro canto l’amministrazione Usa, usando i suoi strumenti economici, finanziari e militari, ha adottato una politica aggressiva ed è diventata una seria minaccia per la stabilità della regione e del mondo”. Lo ha detto il presidente iraniano Hassan Rohani, al summit dell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai in Kirghizistan: “L’accordo sul nucleare ha dimostrato che se c’è una volontà politica possiamo risolvere i problemi”.

Rohani, nel suo discorso al 19/mo summit dell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai (Sco) a Bishkek, in Kirghizistan, ha affermato che “l’accordo sul nucleare ha dimostrato che se c’è una volontà politica possiamo risolvere i problemi con il dialogo e il compromesso invece che con le sanzioni e il conflitto militare, ma gli Usa si sono ritirati unilateralmente e minacciano gli altri Paesi per far violare loro la risoluzione 2231 dell’Onu, che sostiene la normalizzazione dei rapporti commerciali con l’Iran”.

Per Rohani “oggi il mondo affronta sfide senza precedenti e problemi che mettono in pericolo la comunità internazionale, tra cui il terrorismo, il radicalismo, l’unilateralismo, le interferenze di Stati ultra-regionali negli affari di altri Paesi e il traffico di droga”. Il leader iraniano ha sottolineato l’impegno del suo Paese in tutta la regione – in Iraq, Siria, Yemen e Afghanistan – contro il “radicalismo”, compreso quello dell’Isis.

ATTACCO A PETROLIERE: ARMATORE, ‘VISTA UNITÀ IRANIANA’

(ANSA-AP) – L’armatore giapponese di una delle due petroliere attaccate ieri nel Golfo di Oman afferma che il suo equipaggio ha visto una unità iraniana nelle vicinanze.

ATTACCO PETROLIERE:ARMATORE,’OGGETTI VOLANTI NON MINE’

 (ANSA) – L’armatore giapponese proprietario della petroliera Kokuka Courageous, attaccata nel Golfo dell’Oman, riferisce di aver notato ‘oggetti volanti’ prima dell’esplosione, escludendo in questo modo che a causare i danni siano state mine, come suggerito dagli Stati Uniti. Da un video diffuso dal comando centrale Usa, infatti, il segretario di Stato Mike Pompeo accusava l’Iran di aver rimosso durante i soccorsi una delle mine dal fianco della nave per nascondere le prove.

MANOVRE SOTTOMARINE E UNA SCIA DI SABOTAGGI COSÌ INIZIA UNA GUERRA

Guido Olimpio per il “Corriere della sera

Gli osservatori mettono le mani avanti: non è l’ inizio di una guerra. Però poi aggiungono: è così che potrebbe iniziare. Anche perché le esplosioni a bordo di due petroliere a Est dello Stretto di Hormuz non sono più un caso isolato, bensì parte di una catena di eventi regionali che si mescolano a sfide globali. E di mezzo ci sono l’ economia, la libera navigazione, la partita mai finita tra Iran e Usa, con il seguito di alleati interessati.

Sfogliamo il calendario. Un mese fa, il 12 maggio, il caso misterioso al largo del porto di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti: è il primo sabotaggio contro navi cariche di greggio. L’ inchiesta parla di responsabilità di uno Stato, i sospetti puntano sugli iraniani, si ipotizza l’ uso di mine magnetiche, però le accuse restano a metà.

Dopo la storia di Fujairah, sono i guerriglieri sciiti Houti – molto abili anche nei sabotaggi in mare e sostenuti dall’ Iran – a sfidare i sauditi.

Prima con l’ attacco di droni, quindi con lancio di un missile contro un aeroporto civile.

Colpi minori, ma di grande effetto. Il 7 giugno sono gli iraniani a raccontare dello strano incendio a bordo di alcuni loro piccoli cargo, i classici dhow , divorati dalle fiamme. Circolano anche delle foto, nessuna teorie sulle cause.

Passano i giorni, un’ altra sorpresa, con gli scafi della Front Altair e della Kokuka Courageous squarciati da qualcosa: un siluro, un ordigno, di nuovo le mine. Fonti statunitensi lasciano trapelare la voce che ci siano ancora gli iraniani, si scrutano le coste in cerca di indizi, si analizzano i tracciati di imbarcazioni.

Lo scenario è quello di un gesto condotto dai pasdaran, magari attraverso il coinvolgimento di qualche gruppo affiliato. Un modo per mettere alla prova gli Stati Uniti, costringendoli ad una reazione di deterrenza. Chi non crede alla tesi parla di provocazione montata ad arte per cercare un casus belli proprio mentre Donald Trump minaccia i mullah. Teheran nega qualsiasi responsabilità, però è interessante che le prime notizie per entrambi gli incidenti siano arrivate da media vicini all’ Hezbollah.

I russi (e non pochi esperti) invitano a non trarre conclusioni affrettate. Suggerimento ragionevole vista la delicatezza del dossier e le implicazioni che coinvolgono molti attori.

In questi ultimi anni i contendenti della regione hanno cercato di dotarsi di materiale per la guerra subacquea. Gli iraniani si sono rivolti ai nordcoreani anche se in passato sembra che abbiamo fatto buona pesca anche da noi. Gli sceicchi sunniti, grazie a budget generosi, hanno comprato in Occidente, Italia compresa. I militanti sciiti partner di Teheran in Medio Oriente – Houti yemeniti e Hezbollah libanesi – hanno sviluppato unità agguerrite. Chiunque, se lo vuole, può creare problemi al traffico civile, una ripetizione di quanto avvenne negli anni Ottanta durante il conflitto tra Saddam e Khomeini.

Quanto è avvenuto ieri fa comodo e preoccupa, nello stesso tempo, i due schieramenti. Infatti, entrambi possono denunciare i pericoli per un settore strategico interno ed internazionale, si sentono in diritto di mobilitare le loro forze militari, hanno un buon motivo per sollecitare l’ intervento della diplomazia al fine di evitare che le fiamme sulle petroliere diventino la scintilla per un rogo devastante. Il petrolio è per tutti o per nessuno, i guardiani della rivoluzione hanno più volte minacciato di chiudere Hormuz come ritorsione.

Se un gesto doloso da parte dei khomeinisti mentre ricevono il premier nipponico Shinzo Abe in veste di mediatore sembrerebbe improbabile, è altrettanto vero che l’ arcigno leader Alì Khamenei ha escluso nei colloqui con il suo interlocutore qualsiasi negoziato con Washington. Così come sono ben chiare le intenzioni della parte interventista statunitense. E allora c’ è spazio per il resto.

Le manovre sottomarine, gli incursori, le cariche sono soluzioni ideali: creano tensione senza lasciare un’ impronta precisa e concedono tempo ai protagonisti. Almeno per il momento.

LE COINCIDENZE E I MISTERI DI UNA PARTITA ESPLOSIVA

Franco Venturini per il “Corriere della sera

Da ieri la partita geopolitica nel Golfo Persico è diventata più esplosiva e anche più misteriosa. Nelle stesse ore in cui il premier giapponese Abe portava al leader iraniano Khamenei un messaggio di Trump (Khamenei lo ha respinto, ma ha ripetuto che Teheran non vuole la bomba), nelle acque del Golfo dell’ Oman due petroliere venivano «attaccate» . Da chi?

Qualcuno ha parlato di siluri, altri propendono per mine navali, ma resta non identificato l’ autore dell’ impresa. Una provocazione destinata ad accendere la miccia tra Usa e Iran? Una replica del celebre «Incidente del Golfo del Tonchino» , che nell’ agosto del 1964 sancì l’ inizio della guerra del Vietnam?

Teheran ha rilevato la coincidenza «sospetta» tra il viaggio di Abe e la petroliera giapponese, il Cremlino ha esortato Washington a non usare l’ episodio per attaccare l’ Iran, il Segretario dell’ Onu ha prospettato una guerra «che il mondo non può permettersi». Ma tutti ricordano che le provocazioni di ieri sono il seguito di quelle del 12 maggio, quando altre due petroliere vennero danneggiate. In quel caso, mentre Trump ripeteva di non volere una guerra, il suo consigliere John Bolton parlò di mine iraniane, prospettando uno scontro armato in un nutrito numero di casi che sono stati ripetuti ieri dal segretario di Stato Pompeo.

A complicare ulteriormente la ricerca c’ è il fatto che né il potere di Teheran né quello di Washington sono compatti.

Trump sembra voler ripetere con l’ Iran quello che non gli è sin qui riuscito con la Corea del Nord: io ti strangolo con le sanzioni e tu devi venire a negoziare con me. Ma Bolton e i «falchi» non vogliono attendere tanto. A Teheran le durissime sanzioni imposte di fatto da tutto l’ Occidente per non rinunciare al mercato americano stanno paralizzando il Paese, e rafforzando le Guardie della Rivoluzione. Ma possono costoro essere autori degli attacchi mentre Khamenei e Rouhani tentano ancora di frenare? Oppure è in atto un sottile doppio gioco?

In un groviglio di interessi che tocca il petrolio e dunque il mondo intero, la verità su chi provoca, che si tratti di siluri, di mine o di incursori, dovrà per forza venire a galla. E giungerà così l’ ora più temuta, quella delle conseguenze.

Fonte: qui

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