Programma Analisi

Premessa. Dobbiamo affrontare una crisi di sistema che non è solo una crisi monetaria e finanziaria, ma, prima di tutto, sociale e industriale, date le enormi quantità di energia e risorse di base che consumiamo per far funzionare il nostro sistema.

Energie che scarseggiano sempre di più e che diventano, giorno dopo giorno, più costose ed inaccessibili.

Associata alla scarsità di energia, ci troviamo a fronteggiare la correlata scarsità di molte altre risorse di base (materie prime) che, per essere disponibili (estrazione, lavorazione etc …), richiedono grandi consumi di energia, creando pertanto un processo di “involuzione” senza fine.

Non possiamo non tener conto che è questo, in realtà, il fattore scatenante della crisi.

Pertanto non ci può essere crescita senza investire in maniera cospicua principalmente nella ricerca di altre fonti di energia che abbiano la stessa economicità ed abbondanza che ha avuto il petrolio negli ultimi 100 anni. Per far ripartire la crescita è quindi impensabile parlare di un rilancio dei consumi, processo che richiederebbe un ulteriore sfruttamento delle risorse naturali del pianeta, già ampiamente sovra-sfruttate e non più economicamente approvigionabili, già a partire dalla fine degli anni ’70.

Infatti, da allora in poi, tutti i tentativi volti a riprendere il cammino della crescita economica hanno comportato più costi che benefici.

E a tutto ciò si aggiunge un sistema capitalistico (cambiato dopo il 1971 con la rottura degli accordi di Bretton Woods) basato sulle cambiali – quindi sul denaro altrui (attraverso i debiti/denari creati con il meccanismo della riserva frazionaria bancaria) – che non ha fatto altro che speculare attraverso la “globalizzazione” ed il “neoliberismo” (libertà per pochi a scapito dei molti ovvero delle popolazioni) sulle disgrazie altrui; processo quest’ultimo messo in piedi al fine di rimandare la fine di un sistema capitalista già moribondo alla fine degli anni ’70 (per la mancanza sopra citata di concrete possibilità di crescita).

Questo ha comportato la creazione di un sistema basato sulla finanziarizzazione e sulla virtualizzazione dell’economia, dove i soldi si guadagnano sui prestiti e sulle scommesse, piuttosto che dalle attività produttive quindi basate sull’economia reale.

Né è più pensabile continuare a foraggiare la rendita finanziaria, cosa che nel nostro paese accade da oltre 30 anni (dopo la separazione, avvenuta nel 1981, delle competenze della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro). Tale processo ha dissanguato la nostra economia, attraverso l’aumento continuo delle tasse necessarie a pagare gli interessi reali sul debito pubblico,  ed ha progressivamente prosciugato tutti gli investimenti, prima pubblici e poi privati (questi ultimi, dediti per convenienza, alla sola rendita finanziaria).

Il costo “reale” di questa sciagurata operazione è almeno i 2/3 del debito stesso (65%-70%), come si evince dal grafico pubblicato.

Questa mancanza cronica di investimenti (sia pubblici che privati) ha comportato un inevitabile crollo della produttività per ora lavorata, perché molti costi della produzione sono stati scaricati su chi lavora !!!!

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