Privacy Policy Unicredit, cosa accadrà a inflazione e pil se il petrolio torna a 100 $ | 9 Dicembre Forconi
Crea sito

Unicredit, cosa accadrà a inflazione e pil se il petrolio torna a 100 $

Dopo la rottura degli Stati Uniti dell’accordo con l’Iran l’idea che il petrolio possa arrivare a 100 dollari al barile serpeggia tra analisti e commentatori.

Un’analisi del capo economista di Unicredit spiega cosa questo vuol dire per prezzi e crescita in Europa e Usa

Dopo la rottura degli Stati Uniti dell’accordo con l’Iran, l’idea che il petrolio possa arrivare a 100 dollari al barile serpeggia tra analisti e commentatori. Anche se gli altri Paesi che avevano sottoscritto l’accordo (Europa, Russia, Cina e Iran) hanno dichiarato di volerlo tenere in piedi, l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump ha già avuto i suoi effetti. C’è stata un’accelerazione al trend di apprezzamento, con il prezzo del Brent che è salito a 77 dollari (+3%) il giorno dopo l’annuncio formale. Oggi tratta intorno ai 76,92 dollari al barile.

Non faccio previsioni e non suggerisco ci sia una semplice correlazione tra l’offerta di petrolio iraniano e i prezzi del greggio, ma ho il sospetto che l’aumento della produzione di petrolio dell’Iran da 2,8 milioni di barili al giorno prima dell’abolizione delle sanzioni fino ai 3,8 milioni di barili al giorno dello scorso anno (circa il 3% della domanda globale) abbiano giocato un ruolo nel far scendere il prezzo del petrolio dai 70-110 dollari del periodo 2010-2014 alla nuova forchetta di 30-60 dollari dopo l’abolizione delle sanzioni“, dice Erik Nielsen, capo economista di Unicredit .

Il rialzo del prezzo del greggio ha implicazioni importanti su crescita del pil e inflazione. Per questa ragione il team di economisti di Unicredit  ha provato a vedere cosa succederebbe al pil di Eurozona e Usa e all’inflazione se il prezzo del petrolio restasse sui 70 dollari in questo trimestre per poi passare a 100 dollari nel terzo trimestre e rimanesse a questi livelli per tutto il 2019. “In questo scenario, con il cambio euro/dollaro stabile a 1,20, l’inflazione dell’eurozona avrebbe un’accelerazione dall’attuale attesa a un livello dell’1-1,5% nel primo periodo per arrivare a 2,5%-2,7% nel secondo trimestre 2019 e attestarsi l’anno successivo al 2%”, dice l’analisi di Nielsen.

Secondo il capo economista questa non sarebbe una buona notizia. “Un incremento di questo tipo dell’inflazione implicherebbe una riduzione del reddito reale ed è equivalente a una tassa sui consumi e sugli investimenti, non pagata allo Stato ma ai produttori di energia del Medio Oriente, Russia e Usa”. Come risultato, l’attesa di crescita del pil dell’Eurozona del 2,3% quest’anno e dell’1,9% in quello successivo si ridurrebbe. Solo nel caso di un indebolimento del cambio euro/dollaro a 1,10 l’impatto sul pil sarebbe più contenuto perché compensato dall’effetto valutario.

Di fronte a questo scenario secondo Nielsen una banca centrale prudente non attuerebbe una politica monetaria restrittiva per un’inflazione al rialzo dovuta a uno shock dei prezzi del petrolio. Anzi, se lo shock fosse permanente questo implicherebbe la necessità di misure accomodanti. Quindi, una volta valutato l’effetto su prezzi e crescita, la Bce potrebbe decidere di rallentare i tempi della normalizzazione monetaria.

Negli Stati Uniti l’effetto sull’inflazione sarebbe maggiore perché già si parte da una fase di prezzi in rialzo. Mentre l’effetto sul pil sarebbe minore perché gli Stati Uniti sono autosufficienti dal punto di vista energetico, ma ci sarebbe un effetto redistributivo tra consumatori e produttori. Nielsen ricorda che quando il prezzo del petrolio è sceso dai 100 dollari di metà 2014 ai 50 dollari del 2015 la spesa annualizzata reale dei consumatori è aumentata del 4-5%, mentre gli investimenti dei produttori si sono dimezzati. Se il petrolio torna a 100 dollari potrebbe succedere l’opposto.

Secondo Nielsen la Fed reagirebbe a questo scenario di inflazione più alta senza sostanziale impatto sul pil con un’accelerazione dei rialzi dei tassi. Questo comporterebbe un Tbond decennale sopra il 3% e le borse in discesa.

Fonte: qui