Venti di guerra (economica e non) soffiano sul Pacifico.

E’ di mercoledì 9 agosto la notizia della minaccia che il leader nordcoreano Kim Jong-un ha fatto pervenire all’esecutivo statunitense:
la Corea del Nord è pronta ad un attacco nucleare preventivo contro l’isola di Guam.

Se la cosa dovesse suonarvi strana, vi basti sapere che l’isola ospita la base aeronavale a stelle e strisce più importante dell’area indo-pacifica e risulta essere tra le maggiori fra quelle a disposizione delle Forze Armate di Washington.

Per farla breve, una Pearl Harbor dei tempi moderni.

Nell’articolo che segue, rivisitazione di una recente pubblicazione di Jim Rickards, andremo a scoprire quanto calzi a pennello, anche di questi tempi, il vecchio adagio coniato da Mark Twain:

la Storia non si ripete, ma spesso fa rima.

La criticità delle attuali situazioni economica e geo-politica, constatano quanta verità si celasse dietro una teoria molto in voga negli anni ’30, in cui si affermava la naturale propensione delle frizioni di tipo economico a sfociare in veri e propri conflitti armati.

Per frizioni economiche, si intendono tutte quelle misure – dalle svalutazioni monetarie (guerre valutarie) alle barriere commerciali (guerre commerciali) – che pongono un freno al libero scambio o costituiscono un ostacolo alla crescita armonica delle economie nazionali, causando l’inasprimento generale delle relazioni internazionali.

Queste frizioni si manifestano, il più delle volte, al verificarsi di precise condizioni economiche sfavorevoli – ossia eccessivo debito e crescita debole – e sono proprio queste le circostanze in cui i vari paesi tendono a farsi belli a danno di altri, litigandosi una fetta di benessere dei loro partner commerciali attraverso la svalutazione della propria moneta.

La caratteristica di questo tipo di conflitti è che sono giochetti in cui o non ci guadagna nessuno o ci perdono tutti; sono perciò completamente inutili.

Quello a cui non si pensa quando si svaluta la propria valuta nei confronti di altre ben selezionate, è proprio la reazione di chi ha avuto la sfortuna di subire un trattamento così irrispettoso.

Col passare degli anni e delle contro-sanzioni di rappresaglia, l’inutilità di queste politiche viene a galla ed i governi, assuefatti dall’idea di poterla spuntare sul loro avversario, alzano l’asticella – introducendo dazi, tariffe, sussidi all’esportazione, standard qualitativi e via dicendo – col risultato, scontatissimo, di innescare una guerra commerciale.

La storia, rima col presente nel momento in cui, con la formazione di blocchi di paesi contrapposti, la tensione sale, finché lo scoppio di una guerra, di quelle combattute al fronte, non la libera tutta d’un fiato.

Ricorsi storici ed i venti di guerra (economica)

Agli inizi del Novecento le guerre valutarie si susseguirono come le tessere di un domino, la cui prima a cadere fu quella innescata dalla celebre iperinflazione nella Repubblica di Weimar (1921–1923) alla quale seguì la svalutazione del Franco francese (1925) e della sterlina britannica (1931), nonché del dollaro statunitense (1933) e, di nuovo, di Franco e Sterlina. (1936).

Grossomodo nello stesso periodo, si scatenò una guerra commerciale su scala globale innescata dall’introduzione dei dazi USA su una gran varietà di prodotti d’importazione (Smoot-Hawley Act, 1930) ed alimentata dalla successiva comparsa dei dazi doganali dei partner traditi dalla mossa di Washington.

Tra 1929 e 1932, il commercio mondiale subì un crollo del 66%.

Cominciarono a materializzarsi conflitti a destra e a manca: dopo le invasioni giapponesi di Manciuria (1931) e Pechino (1937) e l’invasione tedesca della Polonia (1939), il mondo si ritrovò impantanato tra le fiamme della Seconda Guerra Mondiale.

Tornando ai giorni nostri, la nascita di una nuova guerra valutaria è datata ufficialmente nel gennaio 2010 quando, per stimolare la crescita statunitense, il dollaro ha sofferto di un incontrollato svenimento nei confronti delle altre valute.
Le conseguenti svalutazioni prima dell’Euro e poi del Renminbi cinese, non si sono fatte attendere.

Lo scorso 27 luglio, con grande soddisfazione del Congresso, è stata varata la più aspra serie di sanzioni economiche diretta ad un paese straniero degli ultimi decenni.

Il testo del provvedimento recita infatti che: tutte le compagnie, anche straniere, che in qualsivoglia modo contribuiscano alla ricerca di idrocarburi nell’Artico, sotto l’egida della Federazione Russa, saranno estromesse dal mercato statunitense così come vedranno automaticamente annullati tutti i loro contratti regolati dalla legislazione americana.

Il senso di queste sanzioni è quello di ostacolare quanto più possibile la ricerca da parte russa di nuovi giacimenti, scoraggiando qualsiasi compagnia a fornire equipaggiamenti e tecnologie occidentali utili a portare a termine il progetto di Mosca.

Inutile dire che una così grave minaccia alla stabilità economica di una nazione sovrana come quella russa non potrà passare impunita a lungo; solo il tempo ci dirà cosa bolle in pentola tra le mura del Cremlino.

Anche sul fronte cinese non si è di certo perso tempo e la guerra commerciale tanto sponsorizzata da Donald Trump in campagna elettorale si sta cominciando a delineare all’orizzonte.

La Cina, che Trump tanto avrebbe desiderato mediasse la crisi col piccolo stato asiatico, però, si è fatta i fatti suoi e nulla sembra abbia in programma di fare per addolcire i rapporti fra i due contendenti.

Trump, oramai, non ha più ragioni per trattenersi ed è impaziente di servire nuove sanzioni su un piatto d’argento.

Il menù prevede:

  • dazi sull’acciaio e l’alluminio cinesi,
  • incriminazione per furto di proprietà intellettuale,
  • sanzioni per il finanziamento del riarmo nordcoreano,
  • annullamento di tutte le acquisizioni cinesi di compagnie americane
  • accusa di manipolazione dei tassi di cambio del Renminbi.

Come da manuale, le reazioni di Pechino non tarderanno ad arrivare.

Scenari futuri ed i venti di guerra (vera, purtroppo…)

Gli attriti che si stanno creando, se la storia dovesse continuare a far rime baciate, ben presto disincentiveranno il commercio e la crescita economica mondiale.

Le ripercussioni sui mercati azionari, non appena questi si saranno resi conto della situazione e si desteranno dal torpore in cui versano, saranno con tutta probabilità mostruose.

Le sanzioni, così come le difficoltà economiche che ne deriveranno, costituiranno inoltre una seria minaccia per la pace, in quanto un conflitto armato con la Corea del Nord coinvolgerebbe assieme agli Stati Uniti, anche Russia, Cina, Corea del Sud e Giappone.

Aggiungendo a questa lista i teatri più caldi degli ultimi anni, che spaziano dalla Siria al Venezuela passando per Ucraina, Iraq, Libia ed Afghanistan, se questa non è la Terza Guerra Mondiale, poco ci manca.

Fonte: qui

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