Privacy Policy VUOI CAMBIARE SESSO? VAI IN CALIFORNIA, TANTO PAGA LO STATO ITALIANO | 9 Dicembre Forconi
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VUOI CAMBIARE SESSO? VAI IN CALIFORNIA, TANTO PAGA LO STATO ITALIANO

UN UOMO VOLA NEGLI USA, POI CHIEDE IL RIMBORSO ALLA REGIONE, COMPRENSIVO DI BIGLIETTO AEREO PER L’ACCOMPAGNATORE, E UN GIUDICE DI TREVISO GLI DA’ RAGIONE…

Filippo Facci per Libero Quotidiano

Se davvero passa questo precedente giurisprudenziale – e in teoria è passato – il Sistema sanitario nazionale fallisce, e questo Stato va a ramengo.

Non c’ è dubbio su questo.

Ma, per spiegarlo, riassumiamo la vicenda a modo nostro. A Treviso c’ è un giovane uomo che si sente donna (poi chiamatelo disturbo dell’ identità di genere) e che perciò vuole operarsi e cambiare sesso. Quest’ uomo, ovviamente confortato da un parere medico-psichiatrico (già qui ci si inoltra in un campo di complicata discrezionalità) stabilisce che deve diventare donna il prima possibile, perché di essere uomo non ne può più, anche se lo è da una vita. Quest’ uomo provvisorio stabilisce pure, confortato dalla legge o meglio da una sentenza del Tribunale di Treviso, che a pagargli l’ intervento debba essere lo Stato italiano, o meglio la Ulss di Treviso, perché a quanto pare ce ne sarebbero i presupposti.

Anche qui ci sarebbe molto da discutere, ma diamo questa facoltà – il cambio di sesso pagato dallo Stato – come assodata per sentenza, perché il punto non è questo.

La futura donna, infatti, stabilisce e pretende successivamente anche un’ assoluta urgenza dell’ intervento chirurgico, che, perciò, vorrebbe gli fosse fatto (o le fosse fatto) negli Stati Uniti, in una costosa clinica ad alta specializzazione: e non in Italia, a Trieste, dove i tempi di attesa sanitaria sono più lunghi e corrispondono a più di tre anni, nel suo caso.

Un problema che milioni di italiani conoscono per altre, diciamo, patologie. La legge italiana, infatti, prevede che le prestazioni sanitarie possano essere erogate anche in forma indiretta (in cliniche private e non statali, cioè) nel caso ci sia una particolare urgenza rispetto ai tempi disponibili, o in caso di una specializzazione mancante nel servizio pubblico.

L’ URGENZA

Parentesi: nel nostro in realtà quest’ urgenza non c’ è, cioè non c’ era, come riconosce la stessa sentenza del 2015 che stiamo commentando. Nel caso del tizio in questione, infatti, «I tempi di attesa imposti dal servizio nazionale costituiscono un disagio che, però, non è traducibile in termini di pericolo per la salute… Non è stato documentato che la sofferenza psicologica insita nel mancato riconoscimento del proprio sesso biologico sia sfociata in una patologia psichica… evitabile a condizione della tempestiva realizzazione dell’ intervento». Insomma, è stato uomo per tutta la vita e poteva aspettare ancora un po’.

Ma non è tutto qui. Non è solo questione di tempi d’ attesa, secondo il disturbato di genere: negli Usa infatti – sostiene – sono più specializzati, fanno l’ intervento in meno di quattro ore mentre in Italia superano mediamente le cinque, negli Usa la convalescenza dura in media tre giorni mentre in Italia fino a diciotto, negli Usa hanno già fatto 1300 interventi del genere (o di genere) mentre in Italia solo 157, con meno esperienza e quindi più complicanze.

Insomma, il tizio vuole il top del top, vuole l’ America, il che è umano e legittimo:

il punto è se possa essere il contribuente a strapagargliela, visto che costa un botto.

Beh, secondo la sentenza sì: richiamandosi anche a tre sentenze del Tar (il Tar c’ entra sempre) il tribunale di Treviso ammette che il centro italiano di Trieste è sì ad altissima specializzazione, ma che quello californiano è comunque meglio, essendo probabilmente il migliore del mondo: i dati lo dimostrano. Il cambio di sesso, in Italia e rispetto agli Usa, è quindi definibile come una «prestazione non ottenibile in forma adeguata alla particolarità del caso clinico».

IL COSTO

Morale: posto che l’ intervento è già stato fatto nel 2012 in California (la causa è successiva) il costo che lo Stato dovrebbe sobbarcarsi, secondo la legale della neo donna (legale che a sua volta era un uomo: è stata operata anche lei, sul serio), ammonterebbe a 21 mila dollari più altri 15 mila per le spese di viaggio con un accompagnatore. L’ Usl di Treviso, a dire il vero, ha detto che affronterà la spesa ma non ha fornito cifre, e ha detto solo che i costi di viaggio rimborsabili corrispondono a un’ andata e ritorno in classe economica per l’ assistito e per l’ accompagnatore.

Ciò posto, il principio che è passato è appunto questo: anzitutto che il cambio di sesso è una cura per una malattia come un’ altra, ma sin qui facciamo finta di niente e rimandiamo la discussione ad altra sede; ma, soprattutto, è passato che qualunque italiano, in teoria, potrebbe pretendere il rimborso statale per qualsiasi prestazione sanitaria fatta in capo al mondo, nel miglior posto del mondo, o, meglio, in qualsiasi clinica che possa vantare dati clinici e statistici superiori a quelli della miglior struttura pubblica o privata resa disponibile dal Servizio sanitario nazionale.

E siccome nel mondo esisterà sempre un centro clinico avanzatissimo e specializzatissimo anche in patologie meno particolari del cambio sesso (tipo cuore, tumori, malattie neorologiche o degenerative) in linea di principio potremmo assistere all’ esodo di massa di una popolazione sempre più anziana – la nostra – che peraltro è sempre informatissima su malanni, medici, cure e ospedali. E non c’ è problema: una globalizzazione delle cure pagata dallo stato di residenza. Molto bello.

Con dettaglio che lo Stato fallisce tra venti minuti.

Fonte: qui